Art,  Exhibitions

Liz Magor al Mamac

“Gli oggetti che mi interessano sono quelli che passano inosservati, che restano discreti, senza importanza, ordinari (…) cerco di toglierli leggermente dall’ordinario per portarli nello “straordinario”. Un po’ come nel surrealismo: il reale è leggermente trasformato per scivolare in uno spazio insolito” (Liz Magor, 2016)

La peculiarità di questa artista canadese risiede proprio nel servirsi di oggetti modesti, quotidiani per creare un universo in cui la patina del tempo e il vissuto di ogni cosa vengono creati attraverso l’illusionismo di oggetti finemente elaborati.
Liz Magor dà una vita nuova ad oggetti umili e insieme ne ricrea di nuovi, modellandoli con un’estrema raffinatezza. 
La sua attenzione all’usura del tempo, la preziosità delle riparazioni che apporta agli oggetti la situa anche nel solco di un’etica della cura e della preservazione.

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Il lavoro esposto al Mamac consta di una cinquantina di opere, create tra il 1989 e il 2017 . Attraverso di esse Liz tenta di oltrepassare il carattere statico della scultura, unendo sapientemente oggetti trovati, altri riparati e altri ancora creati nel suo atelier: sculture che imitano asciugamani, vestiti e piatti si articolano intimamente con oggetti reali, sigarette, birra, bottiglie, generando una confusione tra la produzione in atelier e l’oggetto di manifattura che lascia spiazzati.
Per realizzare le sue opere l’artista utilizza la tecnica del calco in gesso polimerizzato che rende possibile riprodurre le qualità visive dei materiali iniziali.

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L’esposizione si apre con la presentazione di quello che potrebbe essere un magazzino per mobili, un universo in transizione, nato essenzialmente dall’accumulazione di oggetti reali: One bedroom apartment (1996-2017)

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“Una casa è come una vetrina per esporre i ricordi degli oggetti che hanno un significato. Tutti questi materiali morti occupano la casa. Le persone li utilizzano come piccoli significanti della loro soggettività al fine di crearne una versione solida”.

Liz Magor (conversazione con Céline Kopp, ottobre 2013).

Riallestita recentemente in Francia e in Europa One Bedroom apartment è stata ricreata per l’esposizione al Mamac. Questa esposizione interpella il bisogno di rifugio, ma anche la voglia di accumulare, proteggere e nascondere.
L’artista ricompone un appartamento fittizio a partire dalla raccolta di materiale locale di mobili e piccoli oggetti recuperati, ma è un appartamento in via di trasloco, non è più funzionale, è “in attesa di”, aspetta di tornare se stesso altrove. Eppure quello che ne esce è un’idea di rifugio.
L’unica costante dell’installazione è la scultura di un cane bianco, sprovvisto di sguardo e pelliccia: il cane esiste in funzione di tutto ciò che è accumulato attorno lui, è la sua casa, anche se completamente smontata.

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Double cabinet (Blue) 2001, appare all’inizio come una pila di asciugamani ripiegati con cura. Tuttavia questa pila non ha né spessore né densità, poiché si tratta di una facciata, di un guscio vuoto, un nascondiglio per una riserva di bottiglie di alcolici.

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Carton II (2006) lo stesso principio per nascondere in questo caso la dipendenza dalle sigarette.

Style (2017): l’osservatore è in un primo momento attirato dal candore che esce dall’installazione .Le tre statuette di gatti rimandano a quelle chincaglierie che si ammassano a volte sugli scaffali per prendere la polvere e essere presto dimenticate. L’artista dà loro una seconda vita, disponendole su una base in forma di tappeto volante che evoca gli imballaggi su cui sono disposti gli oggetti nei mercati delle pulci.

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In Soft yellow (2015) un uccello imbalsamato è posto su una scatola e avvolto da un sacchetto protettivo mentre giace su una mano. È evidente qui la sua volontà di creare un’immagine di tenerezza, cura e protezione.

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Banff chair (1991): Nei primi anni ’90 produce una serie di sedie basate sul design iconico dell’inizio del 900 mescolati con la scelta di materiali tradizionalmente associati con la conquista del west. Questa è ispirata alla sedia Bibendum di Eileen Gray , ma è in pelliccia marrone e sul suo dorso si trovano un paio di guanti in pelle. 

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Sleeping bag 2 (1998) rappresenta uno spazio vuoto, una sorta di sarcofago o una specie di bozzolo di insetto. 

Sleeper #2 (1999): si tratta di teste di bambole avvolte in un involucro di silicone. Come gran parte delle sue opere anche questa unisce elementi di recupero con altri da lei forgiati. L’emozione che sprigiona è ambigua in quanto queste forme richiamano al tempo stesso un bambino in fasce e un corpo imbalsamato.
Il rapporto tra contenitore e contenuto costituisce un tema ricorrente nelle sue opere. 

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Party pet (2016) è una delle opere che utilizzano pupazzi in peluche. La sua volontà dichiarata è quella di cercare di dare a questi oggetti poco nobili una loro dignità, nel tentativo di onorare il bisogno umano di pienezza o di espressione affettiva.
“Je ne veux pas dire que les objects ont un contenu affectif. Ce sont des écrans sur lesquels je projette mes émotions.”
Sono degli schermi sui quali vengono proiettate le emozioni.

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Good Shepherd (2016): la maglia, la coperta e la fotografia del collie che sembra proteggere l’agnellino sono disposti su una superficie che ricorda una scatola di cartone appoggiata al muro.
Tweed (kidney) (2008): una bottiglia alcolica inserita in uno stampo di una giacca di lana dal realismo sorprendente. Nonostante l’apparente immobilismo ciò che ne esce è di forte tensione.
Stack of Trays (2008): vassoi, mozziconi, chewing gum, dolcetti, un pacchetto di sigarette, bottiglie di alcolici sono ammucchiati come alla fine di una serata. Tra questi oggetti spicca un roditore addormentato come se fosse sazio dopo la festa.
Vera natura morta contemporanea questa scultura unisce al realismo dei resti dei bagordi la delicatezza di questo intruso di solito indesiderabile.

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Molte delle sue sculture rimandano alla nozione del rifugio. Tutti i contenitori oscillano tra busta protettrice e la membrana morbida, ricordando in questo modo la vulnerabilità materiale dei corpi e degli oggetti.

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Le sue sculture parlano di obsolescenza e sparizione, quella degli oggetti e la nostra. Questa percezione è fortificata dalla presenza di animali, immobilizzati tra un sonno dolce e l’eterrno riposo.
Esse giocano anche sul registro dell’assenza e della reminiscenza, disegnando le storie e le possibili identità dei vecchi proprietari attraverso la loro stessa assenza.

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