Art,  Exhibitions

Gianluigi Colin – Sudari

All’esposizione di Gianluigi Colin presso la Triennale di Milano, terminata il 10 giugno scorso, abbiamo avuto il privilegio di essere stati introdotti dall’artista medesimo, che ci ha presentato personalmente il suo lavoro.

Siamo entrati “vergini” nella sala che ospitava l’esposizione Sudari, volutamente impreparati rispetto a quello che avremmo visto. E l’artista ci ha chiesto dapprima di girare per la stanza, di guardare, toccare, osservare da vicino le grandi tele colorate che vi erano esposte.
Sedici quadri più un dittico di dimensioni inferiori. Si tratta all’apparenza di grandi composizioni di pittura astratta dai colori accesi su sfondo per lo più azzurro.
“Cosa vi sembrano?”
Ricordo di aver risposto “impronte”, ma non so se più per la suggestione data dal titolo della mostra o dall’effettivo ripetersi quasi meccanico delle tracce di colore su quelle superfici.
“Perché questi quadri non li ho fatti io”.

Queste opere straordinarie rappresentano in effetti la massima espressione dell’arte concettuale in quanto, pur avendo in tutto e per tutto l’aspetto di quadri sono in realtà oggetti che l’artista decontestualizza e rielabora sfruttandone il lato estetico e significante in modo profondo e poetico.

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Colin, giornalista e art director del Corriere della Sera, ha infatti raccolto e selezionato porzioni di rotoli di tessuto assorbente, utilizzate per pulire le rotative dopo che il quotidiano è andato in stampa.
Quello che resta impresso sulla tela è dunque non solo una traccia, ma soprattutto uno scarto. È quello che rimane della notizia, è il rifiuto che si sedimenta sulla tela come nella nostra memoria, dopo che il presente della cronaca svanisce e viene dimenticato.

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In quei segni meccanici, in quel linguaggio cifrato che non importa affatto di decrittare perché si svincola esteticamente dagli eventi che i vari articoli riportavano in origine, c’è la persistenza della nostra memoria, quella a breve termine, quella che si appropria dei fatti per conservarne alla fine, in fondo alla coscienza, solo delle macchie colorate.
Tutto ciò che avviene in un giorno, tutte le passioni, i drammi e le speranze scorre via lasciando, come dice Bruno Corà, curatore della mostra, solo “l’eco visiva del dissolvimento di ogni residuo di comunicazione”

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