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Bernar Venet – Les années conceptuelles 1966-1976 – Exposition au MAMAC de Nice

È la prima volta dal 1971 che il periodo concettuale di Bernar Venet, oggi non ancora molto conosciuto, è oggetto di una retrospettiva. Allestita al Mamac di Nizza l’esposizione fa parte di un dittico assieme a quella in contemporanea sull’insieme della sua opera al MAC di Lione. La mostra riunisce più di 150 opere e documenti, per lo più inediti. 

Gli anni concettuali prendono l’avvio nel 1966 quando Venet abbandona la pittura. Nei dieci anni successivi egli traccia, tra intuizione e linea programmatica, un percorso che lo porterà a operare a fianco di una generazione allo stesso tempo iconoclasta – perché porterà la questione dell’arte ai confini della sua definizione- e profondamente contemporanea, perché affronterà come nessun’altra la questione della smaterializzazione dell’arte e dei flussi di informazione.
Con l’ambizione di far progredire l’arte attraverso l’oggettività e la conoscenza Bernard Venet introduce le scienze nel contesto artistico per rimettere in questione i limiti dell’esistenza dell’opera d’arte in quanto tale.

Nel 1967 redige un manifesto che attesta la fine per lui della pittura poi programma per i quattro anni a venire la lista dei campi scientifici da trattare, i cui soggetti saranno scelti da degli esperti. Intraprendendo un’esperienza mentale più che estetica, interrogandosi sulla natura dell’arte e le sue convenzioni questo percorso si iscrive nei grandi principi della corrente concettuale.

Dopo il 1971 scrisse molto relativamente a questi primi 5 anni di ricerca ed esperienza:
“Durante i miei 5 anni di attività [1966-70 ndr] ho presentato delle opere che non erano delle opere d’arte. L’arte esisteva solo a livello dell’intento, solo a livello del concetto. Il mio lavoro era un manifesto contro la sensibilità, contro l’espressione della personalità dell’individuo (l’artista non crea per soddisfare i propri bisogni, deve creare per soddisfare i bisogni dell’arte). Nella mia opera, l’ultima manifestazione della mia personalità, la mia ultima scelta, sarà stata di optare per l’oggettività, per la presentazione della conoscenza oggettiva”
La sua è una scelta di neutralità totale rispetto al lavoro esposto:
“Dalle prime opere del1966 la mia intenzione era di evitare qualunque possibilità di interpretazione soggettiva dell’opera, cioè di cambiare radicalmente la natura di ciò che costituisce tradizionalmente il contenuto del quadro.
La trascrizione grafica dei dati matematici ha la caratteristica di non poter sopportare nessuna deformazione dei suoi connotati. Al contrario del codice linguistico e di quello pittorico il codice matematico permette un solo livello semantico. Un’informazione matematica anche riprodotta isolatamente può avere come significato unicamente quello che ha nel suo contesto originario”

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Il contenuto dell’opera diventa l’unico vero suo interesse.
In passato gli artisti hanno rimesso in questione solo i limiti formali dell’arte, il tema restava sempre lo stesso (paesaggio, ritratto, natura morta). Il “ready-made” di Duchamp è esso stesso una natura morta. Qui invece solo il significato rigoroso del testo e solo la scelta di esso definisce il valore dell’opera presentata. Il mezzo utilizzato (o il modo in cui viene utilizzato) ha un’importanza unicamente funzionale e non testimonia in nessun modo una ricerca stilistica.

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Disegni tecnici, tavole matematiche, molecole. L’anno 1966 è segnato dall’utilizzo di rappresentazioni industriali e scientifiche per arrivare a una freddezza impersonale. Rispondendo a questa stretta neutralità i disegni tecnici di pezzi meccanici forniti da suo fratello sono selezionati in funzione delle loro caratteristiche visive e ricopiati su tele come ingrandimento delle pagina.

Bernar Venet si rivolge in seguito alle formule matematiche relativamente semplici, che non hanno bisogno di alcuna interpretazione. L’essenziale per lui è che questi quadri non siano né astratti né figurativi. 

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A partire dal 1967 Bernar Venet copia su carta carbone e carta millimetrata i temi scientifici che sceglie tra le ricerche in astronomia e matematica. 

La copia a mano gli permette di evitare l’effetto plastico della stampa. Il metodo, la regolarità della sua scrittura, la concentrazione visiva degli elementi arrivano a sintetizzare l’insieme delle informazioni con la maggior precisione possibile.

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Questo gesto della copia è caratteristico della tendenza all’appropriazione dell’arte concettuale. In Venet questo processo riflessivo è un modo lento attraverso il quale egli incorpora il dato temporale nella realizzazione. Ciononostante l’apparente neutralità della copia non impedisce la manifestazione dell’attività manuale dell’artista e anche del suo stile.

In seguito preferirà utilizzare degli ingrandimenti fotografici per staccarsi così completamente dall’azione dell’artista.

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La Mesure de toute chose
1967 (fotografia)

In occasione di un’esposizione Bernar Venet immagina una serie di fotografie che illustrano, in una ricerca d’assoluto disinvolta la celebre frase di Platone “l’uomo è la misura di tutte le cose”

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Ballet Dancers on a Vertical Plan
Bernard Venet si dedica a partire dal 1966, al suo ritorno da New York, a un progetto di balletto. Immagina l’evoluzione di più ballerini su una griglia verticale simile a uno dei fogli di carta millimetrata su cui aveva l’abitudine di disegnare i suoi grafici. Ad essa aggiunge una grande curva che i ballerini vestiti di rosso tracciano attraverso una corda rossa. Venet ne concepì la musica, la coreografia e anche i costumi. Il progetto si arricchisce alla fine degli anni 70 di quelle che chiama “linee indeterminate” e nel 1988 viene messo in scena per la prima volta a Parigi.

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Apparsa negli anni 50 la “teoria dell’informazione” mira a una trasmissione dei dati il più efficace possibile, servendosi de linguaggio e della logica matematica. Questa nuova disciplina rilancia l’ideale di una comunicazione ugualitaria, globale e universale.
Bernar Venet dedica a questa disciplina nel 1969 l’opera Information Theory secondo il dispositivo pedagogico delle sue “presentazioni di libro”: un ingrandimento fotografico su un pannello della pagina del titolo e del sommario di un’opera scientifica è accompagnato da un esemplare del libro posato su una base.. Volendo far sviluppare l’arte ma anche la conoscenza Venet prevede che l’opera possa essere modificata in funzione dell’avanzare delle ricerche scientifiche attraverso la sostituzione di un nuovo libro sul soggetto.

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Egli riprende anche le teorie di linguistica che oppongono il linguaggio poetico espressivo, al linguaggio scientifico, razionale. Il linguaggio scientifico si avvicina al grado zero definito da Roland Barthes.
Questa riflessione sulle strutture del linguaggio è illustrata nella serie di ingrandimenti fotografici che hanno per tema la grammatica.

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Quando poco dopo la fine della sua produzione Bernar Venet si dedica a spiegare e giustificare la sua opera per impedire errori di interprertazione, scopre l’articolo di Jacques Bertin “La Graphique” apparso nel 1970 nella rivista “Communications”. In esso i modi di comunicazione vengono sufddivisi in tre gruppi in funzione del loro grado di significato.
La musica e le immagini non figurative sono pansemiche, cioè dispongono di un’infinità di sensi, mentre il linguaggio e le immagini figurative sono polisemiche, contengono cioè un numero limitato di significati.
Al contrario l’immagine matematica e i grafici possiedono un solo livello di significato, sono monosemici.
Venet riprende questo sistema per applicarlo all’evoluzione dell’astrazione nell’arte.

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L’edizione dei multipli gioca un ruolo privilegiato nella diffusione delle pratiche concettuali. Considerato come un modo di democratizzazione dell’arte  questo tipo di pubblicazione rompe con la nozione dell’unicità dell’opera e si accorda perfettamente con i propositi concettuali costituiti da testi, fotografie e schemi.Per gli artisti concettuali la pagina del libro diventa un sito legittimo tanto quanto il muro di una galleria. Bernar Venet ha prodotto una grande quantità di multipli (libri, dischi, portfolio) contribuendo a delle edizioni collettive importanti dell’epoca.

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1971-76: Cessazione di attività:
“Quando mi è sembrato che fossi arrivato alla fine di questa investigazione sulla neutralità dell’immagine razionale, pensando che non fosse possibile far intervenire nel mio lavoro elementi esteriori di carattere soggettivo, ho deciso di fermarmi”.

Questa decisione, tanto coraggiosa quanto radicale lo porta a consacrarsi nei 5 anni successivi a una parentesi teorica, fatta di insegnamento, di conferenze e di scritti. Pubblica le sue riflessioni in diversi cataloghi, riviste e opere.
Nel 1971, a coronamento della sua consacrazione Venet beneficia a 30 anni di un’esposizione retrospettiva al New York Cultural Center, in occasione della quale appare un catalogo ragionato della sua produzione concettuale comprendente più di 350 opere.

Solo nel 1976 l’artista riprenderà la sua attività con una nuova tappa che prosegue le investigazioni concettuali e abbozza le sua ricerche verso la monumentalità e la scultura.
Del 1976 sono una serie di quadri che fanno eco alle sue pitture geometriche di 10 anni prima, tele che presentano delle dimostrazioni di calcoli di angoli , di archi di cerchi. Come le opere del 1966 esse sono accompagnate dai loro studi preparatori.

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La neutralità dei toni impiegati, la precisione del gesto pittorico, la forma singolare di queste tele-oggetti matematici e autoreferenziali, la scelta del grande formato, tutto questo lascia intravedere l’evoluzione di Bernard Venet verso una pratica scultorea monumentale, così emblematica nel suo lavoro odierno.

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