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Berenice Abbott – Topographies – Esposizione al Musée de la Photographie di Nizza

L’esposizione dedicata a Berenice Abbott (1898-1991) allestita al Musée de la Photographie di Nizza fino al 27 gennaio, è corredata da un film documentario, una lunga intervista alla fotografa e alle persone che le furono vicine, che dipinge una donna dal carattere straordinario.
Indipendente, sicura del suo punto di vista sul mondo, Berenice racconta la sua vita, il suo percorso attraverso un intero secolo, che lei definisce “suo” sottolineando come con questo aggettivo intenda di essersene impossessata, di averlo fatto proprio attraverso la sua macchina fotografica.
La sua concezione della fotografia è sempre documentaristica, le sue foto nascono sempre dal desiderio di fissare le cose prima che cambino, che si tratti dei ritratti, delle foto di architettura o di quelle scientifiche.


Berenice Abbott aveva 23 anni quando è arrivata a Parigi con l’intento di diventare scultrice. Il suo temperamento e l’aspetto androgino riflettevano il suo spirito indipendente e la sua modernità.
A Parigi ha seguito le tracce del circolo di intellettuali del Greenwich Village con i quali era a contatto a New York. Qui incontra Man Ray e nel 1923 diventa sua assistente. Da lui ha imparato a sviluppare in camera oscura e a fotografare in studio.

Berenice Abbott fotografata da Man Ray

Questo fece di lei non solo una fotografa rinomata ma la introdusse anche nella scena dell’avanguardia parigina di cui facevano parte i surrealisti. Tre anni dopo apre il proprio studio diventando famosa negli ambienti intellettuali contemporanei: fece i ritratti di André Gide, James Joyce, Jean Cocteau, nonché dei fotografi Lewis Fine e Eugene Atget.
A questo fotografo è legata in  modo indissociabile in quanto contribuirà a far conoscere la sua opera di documentazione a partire del 1890 la metamorfosi di una Parigi che stava sparendo attraverso i cambiamenti urbanistici di Haussman.

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Nel 1947 il pittore Edward Hopper posò per lei a New York. Sotto l’influenza di Nadar, Berenice Abbott ha visto nelle fotografia ritrattistica un modo per riflettere sulla personalità, il carattere e lo stile. Aveva sempre molta cura della composizione e, ispirata dal surrealismo, esplorava tutte le opportunità del mezzo, comprese le doppie esposizioni e le distorsioni.
Il suo successo l’ha portata a collaborare con importanti riviste e a fare delle mostre, tra cui quella al Primo Salone Indipendente della Fotografia tenutosi alla Comédie des Champs Elysées dove si è battuta per far riconoscere il valore la fotografia modernista.

Conosciuta negli ambienti dell’avanguardia americana per la sua battaglia in favore della dignità artistica della fotografia documentaria, la sua opera decisiva sarà Changing New York (1935-39), un’impresa grandiosa che si pone come scopo quello di interpretare i cambiamenti strutturali che mutarono il volto di New York negli anni ’30.

La leggenda racconta che Berenice Abbott tornò a New York nel 1929 rimase scioccata dai cambiamenti avvenuti nel frattempo in città. La maggior parte dei 305 scatti della serie Changing New York sono stati realizzati tra il 1935 e il 1939 grazie al Federal Art Project, un fondo creato per sostenere gli artisti durante la Grande Depressione.


Attraverso le sue fotografie Berenice ha cercato di descrivere una città “che non è mai identica e che non smette di cambiare”, ragione per la quale accorda la stessa importanza alla sparizione del passato e al presente che impone la sua modernità.
Anche se non trascura l’architettura del passato, è affascinata soprattutto dalla nuova verticalità della città. La sua visione è lontana dai luoghi comuni turistici, ma la cosa non le impedisce di fotografare il ponte di Brooklyn o il Flatiron Building. Utilizza un linguaggio vario, che comprende visioni larghe notturne e punti di vista più vicini al suolo o ristretti a un interno  o che mirano a evidenziare un dettaglio.

Sempre attenta allo spirito del tempo Berenice ha consacrato dal 1939 al 1961 la maggior parte del suo tempo e delle sue fotografie alla scienza. Pensava che la scienza fosse uno dei soggetti più affascinanti della sua epoca e che la fotografia potesse servire da ponte tra questo campo complesso e il grande pubblico.
Riteneva che la fotografia fosse il mezzo più appropriato per spiegare i principali fenomeni che regolano il mondo, dalla meccanica quantistica ai campi magnetici e per realizzare i suoi sorprendenti scatti ha anche brevettato numerosi strumenti fotografici.
Dopo aver lavorato in qualità di editore fotografico per Science Illustrated nel 1944, ha contribuito nel decennio successivo alla creazione di manuali scientifici per l’insegnamento al MIT di Boston.
Pur restando fedeli alla realtà scientifica le sue fotografie sono anche grafiche ed estetiche.

Durante l’estate 1954 inizia il progetto che lei chiama The American scene, scattando foto di villaggi e città lungo la Route 1 che attraversa gli Stati Uniti da Nord a Sud , su una lunghezza di 3800 km e attraversando Georgia, Virginia e Connecticut, il Kent, il Maine e la Florida.
Rifacendosi allo stile documentaristico già sperimentato in Changing New York, cerca di mostrare il paese com’è, la vita quotidiana delle comunità lungo questo asse. Anche in questo caso è evidente la sua urgenza nel fissare attraverso lo scatto una realtà prima che il cambiamento abbia la meglio.

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“La fotografia può rappresentare solo il presente che una volta fotografato diventa passato”.

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