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RIO – Rare Interviste Originali di Tommaso Labranca

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Questo testo è pubblicato da
Anguilla – Eel
Editoria Elettronica Labranca
I testi in esso contenuti non sono protetti da alcun copyright e possono essere diffusi liberamente, ma solo in formato elettronico. Questa è la prima edizione di “RIO” del maggio 2002.
Sono possibili successive edizioni, integrate con nuove interviste, che sostituiranno la presente.
info:
anguilla@labranca.co.uk
www.labranca.co.uk

 

Introduzione

Il mio idolo è Alen Elcan. Io Lo amo e vorrei essere come Lui. Per questo ho compilato questa raccolta di mie interviste. Perché ho voluto comportarmi come Lui che passa il tempo a fare le interviste e poi le pubblica in meravigliosi libri con la Sua faccia in copertina. Per fare come Lui, che pubblica per Bompiani che è l’editore della sua famiglia, ho persino fondato una mia casa editrice, Anguilla-Eel. Ma non sarò mai come Lui. Lui è alto e bello, multicrinito. Io sono 170 scarsi, perdo i capelli e, soprattutto, non so fare le interviste. Però una volta ho visto da vicino vicino Alen e gli ho parlato, cioè Lui, il Più Grande Intervistatore di Italia mi ha intervistato!!! Nel dicembre del 2000 fui invitato a una trasmissione di TMC, una cosa davvero squallida. Era condotta da Lui! Era splendido. Era vestito come un manager di un oleificio pugliese con pretese di export, ma che se la tirava come se fosse stato un vero scrittore. Nel programma Elcan presentava cinque libri, dedicando a ognuno due minuti scarsi. TMC a Roma ha la sede in uno scantinato scrostato e triste. Anche i tecnici sono i più sconsolati che abbia mai visto in vita mia. Elcan era in gessato e in ritardo. Seduto nello studio, ci faceva entrare uno dopo l’altro, senza chiederci nemmeno come ci chiamavamo. Ma la cosa più grave era che non aveva letto nemmeno uno dei libri che doveva presentare al pubblico. Li apriva a caso e faceva delle domande altrettanto a caso. Alla fine abbassava la testa e non salutava l’ospite, anzi qualcuno è stato anche cacciato via in malo modo solo perché non si era alzato per tempo. Io capivo però che Lui poteva trattarmi anche peggio, perché Lui è Elcan e invita la gente a leggere. La gente guarda il suo programma e invece di vedere i film, le partite di calcio, Paperissima o di fare i puttan tour si mette a leggere. Magari proprio un libro di Elcan. Per questo mentre tornavo a Milano quella sera mi sono detto: “Anche io voglio pubblicare un libro con le mie interviste.”

E ora quel libro è pronto!

 

Carlo Freccero

Carlo Freccero è stato a lungo il direttore di RaiDue. Lo avevo incontrato nell’estate del 1999 in occasione di un pranzo in un ristorante milanese e tra una portata e l’altra ho cercato di intervistarlo. Siccome è passato molto tempo dall’intervista e, soprattutto, siccome Carlo Freccero ha una modalità espressiva sibillina, non sono in grado di ricostruire esattamente le battute del dialogo. Me ne scuso anticipatamente con i lettori. Inoltre, leggendo questa intervista si capisce perché l’abbiamo cacciato.

Tommaso Labranca: Dottor Freccero, Lei è un protagonista del situazionismo. E’ uomo di profonda cultura e dalla personalità che non esiteremmo a definire parigina. Come mai nel suo palinsesto trovano posto le piazzaitaliate del team di Michele Guardì, come I fatti vostri o Il lotto alle otto?

Carlo Freccero: Le parole-chiave del giorno d’oggi, ma anche di domani, sono tre: Africa, epo e fondi-pensione.

Tommaso Labranca: Dottor Freccero, Lei è un protagonista del situazionismo. E’ uomo di profonda cultura e dalla personalità che non esiteremmo a definire parigina. Come mai la sua rete non dedica spazi a una trasmissione culturale che sia innovativa? Dopo L’Altra Edicola non si è visto altro.

Carlo Freccero: Le parole-chiave del giorno d’oggi, ma anche di domani, sono tre: epo, Africa e fondi-pensione.

Tommaso Labranca: Dottor Freccero, Lei è un protagonista del situazionismo. E’ uomo di profonda cultura e dalla personalità che non esiteremmo a definire parigina. Eppure a volte troviamo che la sua forza di sperimentatore scenda troppo a compromessi con i desideri di un presunto pubblico. Perché non si fa valere di più?

Carlo Freccero: Le parole-chiave del giorno d’oggi, ma anche di domani, sono tre: fondi-pensione, epo e Africa.

Tommaso Labranca: Dottor Freccero, Lei è un protagonista del situazionismo. E’ uomo di profonda cultura e dalla personalità che non esiteremmo a definire parigina. Non capiamo pertanto…

Carlo Freccero: Guarda… ti piace il mio orologio? Tommaso Labranca: Molto bello. Dove l’hai preso?

 

Paola & Chiara

Il 12 febbraio 2000 sono andato in una libreria di Milano ad ascoltare Paola e Chiara che presentavano un libro di sonetti di Shakespeare per il quale avevano scritto la prefazione. Paola era molto preoccupata prima dell’inizio della lettura e si chiedeva se il suo accento milanese non sarebbe apparso fuori luogo per una lettura del Bardo. Ma io l’ho subito tranquillizzata, dicendo che l’universalità di William Shakespeare non è solo temporale, ma anche geografica e che se le vicende delle sue opere teatrali sono state adattate a scenari giapponesi o africani poteva anche essere possibile rileggere i suoi sonetti come farebbe un innamorato di Porta Ticinese. La lettura è stata molto toccante. Alla fine ho lungamente discusso con le due sorelle canterine a proposito del Bardo.

Tommaso Labranca: Molti dicono che Shakespeare non sia mai esistito. Secondo voi è esistito o no?

Paola e Chiara: Sì, siamo sicure che sia esistito.

Tommaso Labranca: Ma era inglese o, come dicono alcuni, italiano?

Paola: Secondo me era irlandese. Però nessuno lo sa. Anzi era giapponese.

Tommaso Labranca: Se Shakespeare fosse vivo, dopo avervi sentito recitare oggi cosa vi avrebbe fatto?

Paola: Secondo me ci avrebbe fatto una proposta. Tommaso Labranca: Di che tipo?
Paola: Sessuale. Magari avrebbe voluto provarci. Tommaso Labranca: Con due?

Chiara: Sì, con due, una cosa nuova.

 

Tommaso Labranca: Voi avete letto tutto di Shakespeare? Paola e Chiara: No.
Tommaso Labranca: Proprio niente?
Paola: Più che letto abbiamo visto…

Tommaso Labranca: Le copertine in vetrina? Chiara: Ecco. Di grande impatto.

Tommaso Labranca: Chi vi piacerebbe essere tra le eroine shakespeariane?

Paola: Io Ofelia. Chiara: Io Desdemona.

Tommaso Labranca: Muoiono tutte e due, vi avviso.

Chiara (indica un collarino borchiato al collo): Lo so. Ho anche messo un collarino antistrangolamento.

Tommaso Labranca: Ma Desdemona non era stata soffocata? Mah… Avete mai cantato sonetti di Shakespeare come Ron?

Chiara: No, ma secondo me sono belli accompagnati da un sottofondo, non da cantare.

Tommaso Labranca: A proposito di sottofondo quale musica mettiamo durante la lettura dei sonetti?

Paola e Chiara: Sakamoto. Poi abbiamo detto che era giapponese.

Tommaso Labranca: Shakespiru allora lo ribattezzeremo. Grazie.

 

Aldo Nove

Erano i primi giorni del 2000. Sul sito allora in funzione, labranca.com, era nato un verboso dibattito in seguito alla partecipazione di Aldo Nove, Raul Montanari e altri a una iniziativa sponsorizzata dalla Provincia di Milano e dalla sua presidente, Ombretta Colli. Dopo svariate mail, si arrivò a un incontro rappacificatore con Aldo Nove, durante il quale fu registrata questa intervista.

Aldo Nove: Signore e signori telespettatori di questo sito buongiorno. Siamo Aldo Nove e Tommaso Labranca a discutere un forum che c’è stato quindici giorni fa e che è stato tolto su argomento Giorgio Colli e suo marito Ombretta Gaber. Allora il sito diceva: E’ giusto essere d’accordo con Ombretta Colli?. La risposta è stata no, perché la Colli ci disgusta come donna, come è fatta vecchia e anche per la sua politica completamente sbagliata, molto di forzaitalia che quando era giovane faceva una politica alla sinistra di Mao e adesso fa una politica alla destra di Pannella. Quindi siamo tutti che la odiamo con la sincerità del nostro cuore. Adesso faccio una cosa di mangiare.

Tommaso Labranca: Quello che ha colpito è stata la tua reazione, Aldo Nove. Poiché in fondo non c’era un vero attacco nei tuoi confronti.

Aldo Nove: Perché mi dava fastidio che c’erano delle cose un po’ private, dette al telefono che messe su un sito mi macchiavano. Io non sono uno che ama moltissimo la dimensione privata, però c’è una certa dimensione privata ogni tanto.

Tommaso Labranca: Io ti chiedo scusa se questa cosa ti ha dato fastidio, ma la portavo a testimonianza. Perché aspettare che siano gli altri quando noi saremo morti a tirar fuori tutto quello che noi abbiamo fatto? Meglio farlo sapere subito?

 

Aldo Nove: Va be’, questo è anche vero. Può essere sinceramente giusto.

Tommaso Labranca: Cioè vendere oggi stesso il nostro diario. Hai tutti gli occhiali storti, come fai a vedere bene?

Aldo Nove: Perché non riesco ad andare a farli mettere a posto. E’ per darmi un carisma e un sintomatico mistero.

Tommaso Labranca: Dovrebbero essere da sole.

Aldo Nove: Lo so, ma poi non ci vedo. Perché siamo in inverno. Cos’è adesso primavera? Allora io mi sono risentito perché a me fa schifo Ombretta Colli. Cioè a parte che mi viene sempre Ornella Muti, non so perché… non ha fatto niente.

Tommaso Labranca: A parte poi che essere confusa con la Colli…

Aldo Nove: Mi viene in mente come pronuncia, no? Ornella Muti… E poi l’ho trattata malissimo di fronte a tutti e non ci volevano pagare perché l’avevo ingiuriata.

Tommaso Labranca: Ma la serata come è andata poi? C’era gente?

Aldo Nove: Era pieno di gente e io non capivo perché. E Pinketts si è ubriacato, tanto per cambiare. Hanno fatto questo film brutto, brutto, noioso, proprio un film… allora lo scopo era che ci davano 500.000 lire se facevamo la presentazione. Io 500.000 lire compro dei cd però poi alla fine hanno deciso che non ce li davano perché io avevo insultato Ornella Muti. E allora si è incazzato Raul e ha detto vi spacco tutto perché siete dei disgraziati, dovete pagarci mezzo milione per uno e alla fine avevano paura di Raul perché ha i muscoli e cià sotto un tarello magnetico, anche la sua fidanzata lo ammette. Lei non sa come fare, non c’è spazio, dice: basta Raul non c’è più spazio smettila, ma lui va dentro e scassa tutto. E’ fatto così lui. Allora io credo che quella serata lì la roba

 

più indecente era la locandina di questo tipo con una roba da circo: Ornella Muti presenta…

Tommaso Labranca: E’ quello che mi ha fatto saltare su quando sono arrivato a casa e ho visto l’invito.

Aldo Nove: Infatti quando mi è arrivato l’invito, ho chiamato Raul e ho detto guarda che devo fare una cosa con so cosa gli ho detto… una serata con Lukàcs… una roba così, non posso venire. Lukàcs, quel comunista che fa Guerre Stellari. Allora Raul mi ha spiegato, no senti, noi abbiamo fatto questa cagata qua per darci mezzo milione dobbiamo fare questa roba. E Tommaso Labranca: ma fa niente se parlo malissimo di Ombretta Colli? E lui mi fa: E’ giusto che tu dici tutto quello che vuoi. Così ogni volta che parlavo dicevo: Innanzitutto ringrazio a Ornella Muti per averci fatto venire a questa sera, finalmente vedo i miei amici Voltolini, siamo amici un poco, a Pinketts, Pinketts mi piace è fuori come un diluvio, e anche a Tiziano che non c’è, perché doveva fare una conferenza con uno che non si capisce se è morto o no. Sai uno di quelli vecchi che non si sa se sono morti o no. Come Mario Soldati che quando è morto hai detto: cazzo, ma era ancora vivo? Ah sì, Baudrillard. Ha fatto questa conferenza con Tiziano Scarpa, allora è vivo.

Tommaso Labranca: A me non mi chiamano a fare le conferenze con Baudrillard…

Aldo Nove: Neanche a me, forse perché ho cambiato il numero di telefono. A me mi piaceva Baudrillard, c’era un libro che si chiamava L’ombra delle maggioranze silenziose. La copertina era in tre parti, per metà niente, per metà delle cosce e per metà delle parole. Una delle tre parti mi piaceva, ero contento delle cosce… allora Tiziano non c’era, eravamo noi a questa serata e io dico: ringrazio Ornella Muti per averci fatto venire a questa serata e io mi ricordo che quando ero piccolo (e ho alzato il braccio sinistro così) ascoltavo le sue canzoni di lei e di suo marito, però peccato che adesso ha cambiato idea, non ho capito cos’è, però fa niente perché c’è Pinketts e Voltolini e tutto il tempo parlavo con il

braccio così. Quando poi ogni volta che parlavo sempre dicevo: no, comunque ne approfitto per ringraziare Ombretta Colli, ogni volta e tutti ridevano. E quelli di Ombretta Colli non erano contenti. Non volevano pagarci, era un atto politico… (mangia) Allora la questione se è giusto o no fare le robe con le istituzioni, è una questione abbastanza seria perché se fai delle robe in un modo o nell’altro ti trovi a che fare con le istituzioni. O quelle di destra o quelle di sinistra. Ma quelle di sinistra tra virgolette cosa sono di sinistra, sono molto di destra, democrazia cristiana tremenda. Quindi come diceva un ex dadaista sovietico: Che fare?

Tommaso Labranca: Ecco, il forum nasceva da questo: è giusto che i paladini della provocazione, le persone che hanno dato dignità letteraria al termine pompino accettino questi inviti? Ma io comprendevo anche le giunte di sinistra. Tu mi hai detto nella tua prima risposta: Salutami Fazio e Veltroni. Se io ti ho fatto male dicendoti quelle cose, tu mi hai fatto male dicendomi questo. Perché all’interno del gruppo di Fazio, del quale credo di non fare più parte, io comunque ero la pecora nera, identificato con il cattivo e il fascista. Vogliamo parlare di Haider?

Aldo Nove: E quello lì… meno male che c’è qualcuno che combatte contro questi negri in Italia! Non ne possiamo più. E’ giusto che qualcuno facci qualcosa.

Tommaso Labranca: Tommaso Pellizzari mi ha proposto di raddoppiare il debito, invece di cancellarlo.

Aldo Nove: Io voglio dire che voglio bene a Jovanotti perché lui è una persona che è ingenuo e dice delle cose sinceramente e quindi è molto dolce, a me mi fa una cosa che sento un affetto. Ci sono vari livelli di comunicazione, quello di Jovanotti è molto basso.Il fatto che in Italia non ci sia più nessuna forma di comunicazione politica, lui l’ha stimolata. Comunque è giusto. Io ho scritto sul Liberazione, giornale per il quale scrivo gratis perché tanto si scrive gratis per tutti, ho scritto Jovanotti ormai unico affidabile politico italiano. Mi sembra che sia un politico dignitoso.

C’è questo spettro che aleggia nella politica, la mancanza di corrispondenza tra i termini e le cose.

Tommaso Labranca: Spiegami una cosa. La destra ha attaccato Fazio, Jovanotti e Sanremo per il buonismo totale. Ma non è lo stesso Berlusconi che dice l’Italia dell’odio sta a sinistra e l’Italia dell’amore e della bontà sta da lui, a destra? Non è una contraddizione?

Aldo Nove: E’ una contraddizione in quanto ci sono due tipi di immagini di Hitler e sono sempre quelli. Cioè o lui in assetto proprio da guerra durante le manifestazioni di massa con il braccio destro levato o foto molto romantiche e bucoliche di lui in baita che sorride e accarezza i bambini con aria molto melliflua.

Tommaso Labranca: Sei contento di vivere in questo momento storico?

Aldo Nove: Curiosissimo. Contento non lo so, molto curioso sì. Credo di avere costantemente quest’ansia di rendermi conto di non essere in grado di capire cosa sta succedendo per la velocità in cui cambia, però anche stimolante cercare di aprire delle brecce in questo, rischiando di sbagliare qualcosa.

Tommaso Labranca: Ma ti senti protagonista di tutto quello che succede, che è successo e soprattutto che succederà?

Aldo Nove: Siamo tutti protagonisti. Siamo tutti famosi.

Tommaso Labranca: E’ vero che ti dai al cinema?

Aldo Nove: Sì ho fatto un film che si chiama Hablame Luna e affronta la tematica delle crisi religiose di Clemente Mastella, lui voleva farsi parroco a 21 anni, un po’ grande, e poi era anche fidanzato e doveva sposarsi, allora, essendo morto Bresson, per fare un omaggio a lui e al suo cinema, ho fatto un lungometraggio

con le musiche di sciostocovic, come si dice?, un film senza scene sporche, possono guardarlo anche i giovani…

Tommaso Labranca: Allora non è molto bello!

Aldo Nove: Fa schifo! Cioè il fatto che non c’è pompini o leccate di figa. A me piace più che altro, dovendo scegliere cosa leccare, leccare il Duomo o leccare la figa di Naomi Campbell, subito lecco la figa di Naomi, non so perché. Deve essere di carattere.

Tommaso Labranca: E di Yuma che ne dici?

Aldo Nove: Ah sì, il vecchio Hume, lui è troppo razionale come carattere…

Tommaso Labranca: Chiedo scusa, non Hume, Yuma… questa sosia di Naomi Campbell che è sempre da Costanzo.

Aldo Nove: Ah sì, be’ è una bella gnocca mi piace il gusto…

Tommaso Labranca: Avevi capito Hume! Ah ah! Mi ricordo al liceo quando studiammo i filosofi tedeschi, c’era questo genio superiore a tutti noi, Angelo Bertoletti, che aveva composto una meravigliosa canzoncina che diceva: E Schelling quel che vuoi…. E Kant che ti passa… E Fichte un dito in culo… Senti come mai siamo tutti portati verso questa multimedialità? Tutti suonano, scrivono, dipingono, Jovanotti, Battiato, Andy e Morgan dei Bluvertigo…

Aldo Nove: Andy Luotto anche. Fa la pubblicità agli 166 dei tarocchi. Io lo stimo troppo…

Tommaso Labranca: Sì, ma anche Pasquale, la guardia giurata di Forum, fa pubblicità a questi dei tarocchi.

Aldo Nove: Anche lui? Allora cerchiamo anche noi di farci assumere!

Tommaso Labranca: Quindi tu dopo il cinema, dopo questa cosa che stai preparando, che cosa farai?

Aldo Nove: Dopo farò una serata, un convegno con delle ragazze a porte chiuse, io e loro spero. Delle ragazze di facili costumi, di nascosto dalla mia fidanzata, spero che nessuno glielo dichi. Io ultimamente mi eccito pensando alle copertine delle videocassette. Cioè non più alle persone umane che scopano, ma proprio l’idea della videocassetta nera e quadrata mi eccita, a pensare che dentro ci sono quelli che scopano. Il fatto in sé, semantico luminarista di De Saussure, quando chiedo: Scusi, lei sa le ore? io mi masturbo immediatamente perché penso a Le Ore. Funziona così. E adesso cambia il mio asse erotico, io sono maniaco ho comperato tre DVD sporchi, ma non ho il lettore. Guardo il disco e mi eccito a pensare che dentro scopano.

Tommaso Labranca: Che fa Nanni Balestrini?

Aldo Nove: Sta scrivendo un romanzo sulla mafia, ma non riesce perché Leonetti e Lello Voce lo chiamano continuamente. Lui vuole finirlo, ma deve rispondere al telefono.

Tommaso Labranca: E Leonetti cosa fa?

Aldo Nove: Leonetti è grande, è vecchio. E’ stato male ma si sta riprendendo. Adesso cerca un editore per rieditare una rivista che aveva fatto negli anni Sessanta, pagata da Einaudi ma non Ludovico, una rivista fatta con tre redazioni. Una in Francia, diretta da Roland Barthes, una in Germania diretta da Enzelsberger, una in Italia diretta da Vittorini. Poi hanno raccolto un casino di materiale ma si sono litigati per cazzi loro. Allora lui raccoglie questo materiale e farlo in libro.

Tommaso Labranca: E non trova nessuno che gli pubblichi una cosa simile?

Aldo Nove: No, perché per esempio Morgan è più importante e giustamente anche un libro sulla cucina di Andrea Pezzi… Però Elisabetta Sgarbi è una ragazza che mi sta simpatica.

Tommaso Labranca: Taci perché tu nel libro sei apparso. Ti ho odiato molto quando ho visto la tua ricetta pubblicata sul libro.

Aldo Nove: La posizione di me e Nicolò è che ci siamo rifiutati di dare qualsiasi collaborazione e per affetto nei confronti di Elisabetta che ci teneva abbiamo deciso di pubblicarlo. Adesso però mandiamo la pubblicità perché devo andare in bagno.

Rossella Jardini

Anticipo che odio gli stilisti e che dovendone incontrare uno mi ero già affilato i denti. Pensavo di dovermi confrontare con biondazze presenzialiste, eterei minimalisti o plagiatori di mercatini rionali. Invece ho incontrato la responsabile del marchio Moschino, la signora Rossella Jardini, nota per aver disertato la contrita cena VIP di gala offerta dal sindaco di Abbiate Guazzone quando Geri lasciò le Spice. Questo incontro era stato commissionato da Panorama.

Tommaso Labranca: Signora Jardini, non mi dica anche lei che la moda è un importante settore trainante dell’economia nazionale. Io mi sentirei più tranquillo se questo ruolo primario lo possedesse la siderurgia.

Rossella Iardini: Non glielo dico. Anch’io mi sentirei più tranquilla se quel primato spettasse alla Fiat. Comunque effettivamente si tratta di un settore economicamente importante e certi stilisti, che si sentono gli artefici di questo successo, non mancano di farlo notare con frequenza.

Tommaso Labranca: Ogni mattino molti vanno al lavoro esibendo con orgoglio tutto made in Italy logori sacchetti griffati in cui portano lo spuntino. Quanta cura mettete nella stampa dei vostri sacchetti per venire incontro a questa esigenza di buon gusto nella vita di ogni giorno?

Rossella Iardini: Il sacchetto è uno strumento importante di comunicazione del marchio. Franco Moschino desiderava crearne di nuovi a ogni stagione: così come cambiava la moda, sarebbe cambiato anche il sacchetto. Purtroppo non sempre questo è tecnicamente possibile. Ritengo comunque che sia più importante vedere in giro il marchio, anche se stampato su un sacchetto, piuttosto che una persona in rappresentanza di quel marchio.

Tommaso Labranca: Un classico dell’attuale filosofia stilistica è la contaminazione. Cioè alle sfilate offrono pane toscano con soppressata calabrese e dicono: Il nostro trend è contaminativo delle culture popolari.

Rossella Iardini: Non abbiamo nulla a che fare con simili contaminazioni di maniera. Anzi, direi che nelle nostre produzioni cerchiamo di restare puri, fedeli a un atteggiamento caustico e ironico nei confronti del fashion system, talvolta fino all’autolesionismo, vista la risposta assente di certi media. Allo stesso modo non ci riconosciamo in un altro vizio diffuso: il minimalismo. Per coerenza. Sarebbe assurdo dopo anni di fantasia sfrenata cancellare tutto e votarsi a un’aura di rigore e di essenzialità.

Tommaso Labranca: Per cercare di recuperare punti ora le faccio due domande classiche. Chi è per lei l’uomo più elegante del mondo?

Rossella Iardini: Sicuramente Terence Stamp. Non ha rivali. (Nota: qui, da intervistatore inesperto quale sono, mi sono dimenticato di chiedere se i costumi di Priscilla avessero mai intaccato questo giudizio).

Tommaso Labranca: E l’uomo meno elegante del mondo? Escludendo me, si intende…

Rossella Iardini: E’ un uomo politico che, nonostante le intenzioni, non riesce a essere elegante con quelle giacche a quadretti da ragioniere distinto. E poi è rimasto l’unico, oltre ai Giapponesi, a indossare cravatte di Hermès. Non faccio il nome perché se legge di essere poco elegante c’è il rischio che cada in depressione.

Tommaso Labranca: Il nome lo faccio Tommaso Labranca: Gianfranco Fini. Secondo la traccia fornitami da Panorama dovrei porle la domanda 15. Cosa farebbe indossare oggi a Marcel Proust…

Rossella Iardini: Ma io non lo vestirei diversamente da come si vestiva lui….

Tommaso Labranca: …sì, ma io non farei mai una simile domanda! Piuttosto le chiedo, cosa farebbe indossare oggi a Mario Tessuto?

Rossella Iardini: Mario Tessuto? Quello di Lisa dagli occhi blu? E’ ancora vivo… Lo rilancerei vestendolo da vera rockstar. Pieno di glitter, giacche pitonate…

Tommaso Labranca: Grande! Lei non ha finto di ignorare Mario Tessuto! Vuole sposarmi?

Rossella Iardini: Vorrei pensarci.

Tomoko Tagaki

C’è questo meraviglioso libretto della Koenemann (lire 9900!) dedicato a questo fenomeno giapponese. Alcune ragazze simili alle nostre maranze si abbronzano fino a diventare nere, poi si mettono del trucco bianco e scarpe a zeppa impossibile. Quindi stazionano a Shibuya, il quartiere giovanile e trendy di Tokyo. Il libretto oltre a presentare foto di Ganguro dà ricche informazioni! Per esempio richiama l’attenzione sulla differenza tra Ganguro (ragazza lampadata) e la sua versione inferiore Gonguro (ragazza che si applica dei cosmetici per sembrare abbronzata). Le Ganguro (dette anche Cogaru) passano il tempo andando su e giù per Shibuya, camminando lentamente vista l’altezza delle loro zeppe (anche 50 cm)!

Una evoluzione della Ganguro è la Pandagaru (sotto), nome ben chiaro vista l’assomiglianza con l’orsetto in via di estinzione. L’hobby preferito dalle Cogaru è il ballo è precisamente un tipo di ballo che si chiama Para Para! Si fa muovendo le mani soltanto (ripeto: con quelle zeppe ogni movimento è impossibile). Esistono centinaia di mosse diverse in cui atteggiare mani e braccia. Come al solito i Giapponesi catalogano tutto, dai Pokémon alle mosse del Para Para. Per saperne di più avevo intervistato Tomoko Tagaki, che già una volta mi accompagnò in una puntata di Kitchen, dove si presentò in kimono.

Tommaso Labranca: Come si balla il Para Para?

Tomoko Takagi: Para Para si balla con mani. Solo con le mani perché si balla velocissimo, devi muovere mano velocissimo.

Tommaso Labranca: Bisogna essere distanziati quando si balla?

Tomoko Takagi: No, movimenti sono molto piccoli. Però Para Para devi muovere velocissimamente. Esistono taaanti mosse

Tommaso Labranca: Sono mosse codificate o se ne possono inventare?

Tomoko Takagi: Mmmhhh… si può inventare, ma c’è modo di ballare.

Tommaso Labranca: Che musica accompagna il ballo del Para Para?

Tomoko Takagi: Musica che accompagna Para Para è un po’ techno e musica veloce, qualcuno inventa queste musiche.

Tommaso Labranca: Musica prodotta in Occidente o in Giappone?

Tomoko Takagi: Anche Europa. O Giappone. Se è musica giapponese devi essere molto giappo. Molto idoru! Un po’ anni Sessanta.

Tommaso Labranca: Cosa significa Cogaru?

Tomoko Takagi: Co significa bambino, garu significa ragazza. Ci sono tante scale: Magogaru (da 13 a 15 anni), Cogaru (da 15 a 18), poi da 18 a 24 non mi ricordo e da 24 a 30 sono One-sanke.

Tommaso Labranca: Come si diventa una ragazza Para Para?

Tomoko Takagi: Se vuoi entrare in questa società devi vestire come loro, se non entri tu fai normale. Se sei Cogaru devi truccare come Cogaru e comprare vestiti in centro.

Tommaso Labranca: E gli uomini? Possono entrare nel mondo del Para Para?

Tomoko Takagi: Devi essere fidanzato Cogaru. Fidanzato Cogaru è come Cogaru. Si chiama Cima. Cima è tipo non vanno scuola, oppure qualcuno vanno dopo scuola a Shibuya, città per giovani, fumano tanto anche fumano marijuana, poi loro vogliono fare qualcosa nuovo, sempre inventano. Poi fanno Nampa… come si dice? Uno dice: Ah come sei bella…andiamo a prendere caffè…

Tommaso Labranca: Tacchino? Tomoko Takagi: Eh?

Tommaso Labranca: Esistono concorsi di Para Para?

Tomoko Takagi: I concorsi di Para Para sono difficili molto. Bisogna avere pazienza! Adesso ci sono tante videocassette che insegnano fare Para Para. I ragazzi comprano e dopo scuola ballano due tre ore. C’è corso di Para Para, paghi 30mila lire all’ora e tu balli.In televisione ci sono trasmissioni sul Para Para. Ballano, poi c’è un programma di Para Para, loro cercano chi è più bravo a ballare Para Para e chi vince va a New York a studiare danza perché adesso in Giappone c’è moda di imparare danza.

Viola Simoncioni

Molti di voi avranno riservato un angolo del proprio cervello, un tabernacolo mentale, a una icona degli anni Ottanta, una graziosa bambina dai lunghi capelli che per un certo periodo ha allietato la nostra televisione: Viola Simoncioni. Come non ricordarla sul palco di Sanremo nel 1983, al fianco di Pippo Baudo. Poi quella bambina si è ritirata momentaneamente dalle scene, come la Garbo, come Grace Kelly, come Marisa Allasio. Molti si saranno chiesti dove sarà mai finita… ebbene, io ho incontrato Viola Simoncioni e lei in occasione del nostro incontro mi ha omaggiato di un dono preziosissimo: una copia del suo 45 giri Uffa uffa Richicò, del 1983.

Tommaso Labranca: Grazie del regalo, sono davvero commosso… il disco però salta.

Viola Simoncioni: Come salta?

Tommaso Labranca: Salta, verso la fine inizia a saltare e non si ferma più, ma è un documento eccezionale lo stesso. Quante copie te ne restano?

Viola Simoncioni: Ne avevo tre, adesso ne ho due, ma non ho potuto davvero fare a meno di regalartelo.

Tommaso Labranca: Ti confesso che non conoscevo questa canzone.

Viola Simoncioni: Non sei l’unico. Eppure l’ho presentata a Sanremo nel 1983. Perché, tengo a precisare, io ho presentato il Festival nel 1983 insieme a Pippo Baudo.

Tommaso Labranca: Quello me lo ricordo. Sono stato l’unico a riconoscerti quando mi sei riapparsa davanti in un casting. E forse ti ho scelto proprio per quel motivo: perché avevi respirato l’aria che avvolgeva Pippo e che per osmosi ti ha comunicato doti di conduttrice. Ma ricordo che non eri sola. C’era anche un’altra bambina.

Viola Simoncioni: Sì, Isabella Rocchietta.

Tommaso Labranca: Quella dell’acqua…

Viola Simoncioni: No, l’acqua è Rocchetta, senza i…

Tommaso Labranca: Intendevo dire, quella della pubblicità dell’acqua Panna.

Viola Simoncioni: Ma quella ero io!

Tommaso Labranca: Oh scusa. Ma è vero che avevate girato le immagini di quello spot in Sud Africa perché là c’era una luce particolare?

Viola Simoncioni: Assolutamente no. Abbiamo girato nella villa del regista. Un pazzo che lavorava solo al tramonto per motivi di luce e così siamo dovuti restare in quel posto una settimana, visto che non si girava per più di mezz’ora al giorno. Un incubo.

Tommaso Labranca: E la Rocchietta dov’è?

Viola Simoncioni: Abita qui vicino. Ma non l’ho più vista. Sai com’è… certe rivalità nascono da piccole.

Tommaso Labranca: Torniamo al disco. Com’è nato?

Viola Simoncioni: E’ successo tutto durante Fantastico 4… Tommaso Labranca: Alt! Vuoi dirmi che hai fatto anche Fantastico 4? Questo mi sfugge…

Viola Simoncioni: Certo! L’ultimo Fantastico trasmesso da Milano, dal leggendario TV3 di corso Sempione. C’erano Gigi Proietti, Heather Parisi e Teresa De Sio…

Tommaso Labranca: Un trio esplosivo, ma cosa ci faceva la De Sio?

Viola Simoncioni: Cantava…

Tommaso Labranca: E tu?

Viola Simoncioni: In origine io avrei dovuto solo fare un momento della trasmissione, la Ginnastica Fantastica, delle lezioni di ginnastica, appunto, con Heather Parisi.

Tommaso Labranca: Be’, già questo da solo sarebbe stato un momento formidabile! Una cosa che ti può cambiare la vita!

Viola Simoncioni: Sì, ma poi il regista Enzo Trapani ha pensato che avrei potuto fare di più; così facevo un po’ di tutto, leggevo le lettere.

Tommaso Labranca: Sarai diventata ricca!

Viola Simoncioni: Mi davano la paga sindacale di 70.000 lire a puntata! Comunque, tra gli autori di quella trasmissione televisiva c’era anche Silvio Testi, anzi Silviotesti perché quando scrive usa questo pseudonimo tutto attaccato.

Tommaso Labranca: Quello della Cuccarini! Ma hai lavorato con dei mostri sacri! Che invidia…

Viola Simoncioni: Eh be’… Silvio Testi ha l’idea di farmi incidere un pezzo che aveva scritto con Marcello Casco (che lavorava sempre con Costanzo) e Fio Zanotti (che oggi produce Anna Oxa).

Tommaso Labranca: Un trust di cervelli! Ma cosa vuol dire il titolo Uffa uffa Richicò?

Viola Simoncioni: Richicò è un mio amico immaginario, un papero con il quale io mi sfogo quando la mamma diventa troppo invadente. Se segui il testo lo capisci e si sente anche la voce del papero. Sai chi è?

Tommaso Labranca: Non oso fare supposizioni.

Viola Simoncioni: Pino Quartullo. Anche Quartullo era in Fantastico 4 come giovane della scuola di recitazione di Proietti e quando ha saputo che dovevo incidere quella canzone ci ha detto: Io so fare benissimo la voce del papero. In effetti quando si infilava un dito in bocca imitava perfettamente la voce del papero.

Tommaso Labranca: Con il dito in bocca? Viola Simoncioni: Sì, riusciva solo così.

Tommaso Labranca: Vuoi dire che se si fosse slogato il dito avrebbe avuto la carriera stroncata?

Viola Simoncioni: Quasi.
Tommaso Labranca: Cosa ricordi della registrazione?

Viola Simoncioni: Nulla. Non ricordo assolutamente nulla. Mi sembra sia durata pochissimo.

Tommaso Labranca: Cosa hai fatto con i soldi guadagnati con il disco?

Viola Simoncioni: Sono stata a Londra con mia mamma.

Tommaso Labranca: Ma non posso credere che tu abbia dimenticato tutto.

Viola Simoncioni: Ricordo solo la signorina della PolyGram che mi seguiva. Era venuta anche a Sanremo e la mattina mi faceva alzare alle 9 per andare in spiaggia. E mia mamma che diceva: Ma la lasci dormire. Stasera dovrà tirare mezzanotte.

Tommaso Labranca: Non ricordi nemmeno la session fotografica per la copertina?

Viola Simoncioni: Quella foto faceva parte di un servizio fotografico che avevo fatto per un giornale. Alla PolyGram l’avevano vista e l’avevano scelta. Anche perché così non avrebbero pagato per una foto nuova.

Tommaso Labranca: Questo 45 giri è stato un episodio isolato della tua carriera musicale?

Viola Simoncioni: Oh no! Dopo ho inciso un altro brano, mai apparso in 45 giri, ma solo su una compilation della serie Bimbo Mix. Non ricordo il numero… Il pezzo si chiamava ABCD… ET, con chiaro riferimento extraterrestre. E dopo ancora ho inciso una sigla per una trasmissione di Rete A, So follow a key, ma questa non ha mai avuto l’onore del vinile.

Tina Porcelli

Un dialogo disneyano di rara efficacia, qui nella sua versione inedita.

Tina: Caro Tommaso, il tuo diario sul sito mi piace perché mi ricorda le storie della serie Il diario di Paperina.

Tommaso Labranca: Cara Tina, anche a me piaceva tanto Dal diario di Paperina!!! Mi piacevano anche Malachia, Brigitta, Dinamite Bla. Ma soprattutto Paperinik, quando ancora era Paperinik e non PK. Ho un vecchio classico di Walt Disney dal titolo: Paperinik contro Paperinika. Una delizia.

Tina: Ahhh quella Paperinika con cipria e rossetto armi letali e gli occhiali a farfalla che pensavo di essere l’unica a ricordare! Mi è venuta voglia di cercare, chissà dove, nella soffitta illecita tra sporco e scatoloni quei vecchi topolini che devono esserci da qualche parte! Ma tu ti ricordi anche le mitiche Emy Evy Ely? e Paperetta Ye Ye? E quell’antesignano rivale di Pippo con Clarabella (prima di Orazio) che stava sempre al bar a bere una specie di frullati alla banana?(mannaggia il nome non mi viene proprio)

Tommaso Labranca: Da grande mi sono poi sempre chiesto di che vivesse la papera col fiocco visto che divideva la sua vita tra comitati di beneficenza e shopping. Comperava a credito tipo a babbo morto, anzi a zio (Paperone) morto? Si prostituiva nottetempo nella vicina Anatropoli dove nessuno la conosceva (ma una sera Gastone, che faceva spesso il puttan tour a Ocopoli, decise di cambiare città e la vide)? Giocava in borsa via Internet anche quando Internet ancora non c’era? Mah…

Tina: Io so che Paperina un po’ ha provato a fare la casalinga ma con Paperino e i nipotini insieme era un disastro e gli ha detto ciaociao e si è trovata casa da sola. Un po’ ha gestito un lupanare

con emievieli con Paperone magnaccia, ma era troppo avido e si prendeva tutto. E’ anche rimasta incinta di Gambadilegno e il commissario Basettoni l’ha aiutata ad abortire senza che lo sapesse Topolino antiabortista ciellino che voleva arrestarla. Il feto abortito Paperina lo conserva in vaso tra le ciliegie sottospirito a ricordo imperituro. Poi ha fatto per un po’ la papera delle pulizie in topless perché era pagata di più, infine ha scoperto il lavoro interinale come segretaria in un istituto di dame di beneficenza ricche che gli lasciavano una superba mancia se portava anche fuori i cani bassotti e puliva con paletta. Una volta l’hanno anche presa a fare la giornalista ma era disastrosa con l’ortografia allora Archimede ha inventato il primo palm correttore automatico. Ha fatto l’attrice (era la controfigura che prendeva gli schiaffi), l’insegnante di ginnastica, la venditrice di biancheria intima specializzata in perizoma, l’impiegata a Mediaset, la cassiera all’Esselunga. nessuno le ha mai versato i contributi e non ha una pensione integrativa, così ha stretto un patto col diavolo per restare giovane.

Tommaso Labranca: Sei informatissima. E degli altri cosa sai?

Tina: Una notizia riservatissima! Paperino ha recentemente confessato a Nonna Papera (che si è strappata tutti i capelli) di essere gay e che l’amore della sua vita è Gastone (attualmente iscritto alla lega perché pensa che il verde gli doni). Qui, Quo e Qua, traumatizzati, hanno tentato il suicidio. Paperoga si è sposato con Clarabella e Orazio l’hanno preso alle selezioni del Grande Fratello 2. Paperoga è dirigente di banca. Rockerduck, dopo una serie di investimenti sbagliati, l’hanno assunto a contratto a tempo da Claudio, la pescheria dei milanesi. Lì ha subito il mobbing e ha denunciato la proprietaria ma non gli hanno creduto. Brigitta fa il dj a radio popolare e si è fidanzata con Ringo dopo che l’ha mollato la Casalegno. Minnie, dopo che Topolino è diventato amico di Formigoni, per ripicca è diventata l’amante di Rutelli. Vive a Roma nello stesso palazzo di Nicoletti e quando lo incontra, in ascensore, fanno delle interminabili conversazioni sul più famoso critico italiano dei salmoni trash.

Andrea Beaumont

Una intervista tratta da un numero di TrashWare (forse il 4), la trashzine che ho pubblicato per 10 numeri dal 1992 al 1994. Ne è protagonista una simpatica receptionist di un motel del lodigiano.

Tommaso Labranca: Buonasera.

Andrea Beaumont: Buonasera

Tommaso Labranca: Lei è la signorina?

Andrea Beaumont: Giovann…

Tommaso Labranca: No, devi inventarti un nome.

Andrea Beaumont: Ah… Andrea Beaumont. Che domande fa anche tu… Lo sai che il mio nome d’arte è quello!

Tommaso Labranca: E come si scrive Bomon? Andrea Beaumont: Andrea B-e-a-u-m-o-n-t. (bip)
Tommaso Labranca: Lei dove lavora?

Andrea Beaumont: In Lombardia.
Tommaso Labranca: Sì, ma il suo compito qual è? Andrea Beaumont: Sono receptionist in un albergo. Tommaso Labranca: Soltanto albergo?

Andrea Beaumont: No, c’è anche un motel.

Tommaso Labranca: C’è anche un motel. Ben frequentato, immagino.

Andrea Beaumont: Sì, abbastanza.
(bip)
Tommaso Labranca: Questi bip mi uccidono… Andrea Beaumont: Cosa sono i bip?

Tommaso Labranca: E’ il segnale che la segreteria telefonica sta registrando. Mi diceva che è abbastanza ben frequentato. Lei ne vede quindi di cotte e di crude.

Andrea Beaumont: Sì, abbastanza. Più cotte che crude. Nel senso che le vedo entrare crude e poi le vedo uscire cotte.

Tommaso Labranca: Ah, capisco. Dunque il suo intervento termina sulla porta della camera da letto.

Andrea Beaumont: Non esattamente. Io mi limito a consegnare le chiavi alle coppie. Poi si arrangiano loro.

Tommaso Labranca: Non nasce in lei il desiderio di seguirle? (bip)

Andrea Beaumont: No, più che altro avrei il desiderio di ascoltarle stando dietro la porta.

Tommaso Labranca: Le è mai capitato di farlo?
Andrea Beaumont: No, non posso lasciare il posto di lavoro.

Tommaso Labranca: C’è qualche sotterfugio per poterlo fare? Corridoi nascosti, porte segrete…

Andrea Beaumont: Sì, è possibile. (bip)

Tommaso Labranca: Lei dunque legge anche i nomi sulle carte di identità.

Andrea Beaumont: Certo.

Tommaso Labranca: Sono molti gli sposati?

Andrea Beaumont: Sono una buona media.

Tommaso Labranca: Grandi corna, dunque.

Andrea Beaumont: Alla grande. E in fatto di corna… diciamo che il mio stipendio si basa sulle corna altrui.

Tommaso Labranca: E’ vero che in ogni camera del vostro motel come atto trasgressivo avete messo una foto del cardinale Ratzinger?

Andrea Beaumont: No.

Tommaso Labranca: Che servizi offrite ai vostri clienti?

Andrea Beaumont: A parte il videoregistratore e il frigobar in camera, è disponibile un bar in reception che è quasi sempre chiuso.

(bip)

Tommaso Labranca: E’ normale che nei motel vi sia un videoregistratore?

Andrea Beaumont: No, noi siamo tra i pochissimi in Lombardia a fornirlo.

Tommaso Labranca: E gli altri?

Andrea Beaumont: Gli altri nelle stanze hanno direttamente la tv a circuito chiuso. O i finti specchi.

Tommaso Labranca: Oltre al videoregistratore penso offriate anche delle cassette.

Andrea Beaumont: No, quelle no. Cioè abbiamo delle cassette, ma non sono quelle che regolarmente mi chiedono i clienti. Quelle devono portarsele da casa.

Tommaso Labranca: Ma secondo lei, il mercato delle corna sta conoscendo una flessione ultimamente?

Andrea Beaumont: Assolutamente no. Prosegue sulla sua autostrada bella liscia.

Tommaso Labranca: Quindi nonostante tutto ciò che dice la Chiesa, le corna prosperano.

Andrea Beaumont: Prosperano e fanno prosperare.
(bip)
Tommaso Labranca: Lei si è mai servita di queste strutture? Andrea Beaumont: Sì

Tommaso Labranca: Concorrenti naturalmente. Andrea Beaumont: No, anche dove lavoro.

Tommaso Labranca: Lei, parlando delle sue esperienze personali, che cosa apprezza e che cosa critica di queste strutture?

Andrea Beaumont: Criticare quasi niente. Anzi, niente direi. Apprezzare… la discrezione, che in alcuni casi esiste. E poi la comodità, quando non si hanno appartamenti propri o in prestito.

Tommaso Labranca: A proposito dei prezzi, non trova che queste strutture siano un po’ troppo care?

Andrea Beaumont: Be’, alcune sì. (bip)

Tommaso Labranca: Non sarebbe il caso di avviare dei mutui, dei leasing…

Andrea Beaumont: No, ma c’è in giro la proposta di fare delle tessere, come quelle del telefono o dell’autostrada, a scalare… Dopo un tot di presenze scatta la camera-omaggio.

Tommaso Labranca: Interessante. Ma naturalmente non è obbligatorio consumare tutta la tessera con lo stesso partner.

Andrea Beaumont: No, no! Viene rilasciata a una persona e basta. Poi se viene con altri 27 partner diversi sono affari suoi.

Tommaso Labranca: Tra i suoi clienti ha più uomini o più donne?

Andrea Beaumont: Più uomini. Ho sette coppie gay maschili clienti fissi.

Tommaso Labranca: La tariffa è la stessa? Andrea Beaumont: Certo.
(bip)

Tommaso Labranca: Rapporti orgiastici?

Andrea Beaumont: Sì. Ci sono quelli che si portano il terzo nascosto dentro il portabagagli. Sa, quando si è in tre o in più di tre si devono prendere due camere. A volte nel portabagagli ci sono nascoste due persone.

Tommaso Labranca: Addirittura. E lei come se ne accorge? Andrea Beaumont: Basta vedere come è inclinata la macchina.

Tommaso Labranca: Lei da quanto tempo non si serve di queste strutture?

Andrea Beaumont: Lo devo propri dire che è dal primo di gennaio? E per di più ero dalla concorrenza.

Tommaso Labranca: Cosa fa lo Stato per aiutare il mercato delle corna?

Andrea Beaumont: Mah… l’unico gesto apprezzabile è stato l’aumento delle dimensioni dei profilattici. Anche perché con l’influenza del Vaticano… Lasciamo perdere.

(bip)

Tommaso Labranca: E’ mai venuto qualcuno che le sembrava un prete o una suora?

Andrea Beaumont: Per la verità alcuni hanno di queste facce. Poi sembra che proprio questi siano i più scatenati nelle camere. Almeno stando a quanto dicono le governanti.

Tommaso Labranca: Cosa trovano le governanti delle camere?

Andrea Beaumont: Di tutto. Ci sono quelli che mangiano in camera e altri che non usano nemmeno la doccia. Altri non stropicciano nemmeno il letto.

Tommaso Labranca: Lo fanno sulla moquette?

Andrea Beaumont: No, non c’è la moquette. Lo faranno sull’alphatone delle pareti.

Tommaso Labranca: Che percentuale avete di professioniste? Andrea Beaumont: Non bassa. Diciamo un 30%.

Tommaso Labranca: Voi non siete di quelli che forniscono il copriletto?

Andrea Beaumont: Purtroppo no. Anche se c’è una forte richiesta. E io ogni volta dico: Signore, noi forniamo il letto. Il copriletto deve portarselo lei.

(bip)

 

Santina La Gioia

Ancora un’intervista tratta da TrashWare. Le interviste erano fatte a persone che avevano avuto esperienze assurde con vip o presunti tali. Questa simpatica ragazza calabrese aveva preso parte a un film, mai uscito, con Riccardo Fogli.

Tommaso Labranca: Buongiorno signorina La Gioia. Santina La Gioia: Buongiorno.
Tommaso Labranca: Ci possiamo dare del tu? Santina La Gioia: Sì, certamente.

Tommaso Labranca: Entriamo subito nel caldo clima dell’intervista con la prima domanda. Quando hai conosciuto Riccardo Fogli?

Santina La Gioia: Nel maggio del 1992. Tommaso Labranca: In quale occasione

Santina La Gioia: Durante le riprese del film Dov’era lei a quell’ora. Tommaso Labranca: Quali sono state le sue impressioni su

Riccardo come cantante e come attore?

Santina La Gioia: Come cantante è discreto. Come attore è pessimo, manca di spontaneità.

Tommaso Labranca: Tu hai girato con il Fogli una delle scene più importanti del film. Ce la potresti descrivere?

Santina La Gioia: La scena si svolge interamente sui binari della linea ferroviaria calabrese Praia-Aieta-Tortora. Riccardo deve partire, sale sul treno in cerca di persone caratteristiche che gli

ricordino la sua infanzia e la sua adolescenza, vissute anni prima in Calabria. Trova però una ragazza moderna, cioè io, si rassegna e si addormenta, sognando i personaggi che avrebbe voluto trovare. Questo sogno è così reale che a un certo punto, scosso dalla visione di una ferita infetta e purulenta sulla gamba di un ragazzo, Riccardo si sveglia, ritrova la ragazza moderna e se ne va.

Tommaso Labranca: Quanto è durata la scena in termini di ripresa?

Santina La Gioia: Una giornata intera.

Tommaso Labranca: Lavoro stressante?

Santina La Gioia: Abbastanza.

Tommaso Labranca: Questo film è stata la tua prima esperienza cinematografica? O avevi già lavorato con altri attori?

Santina La Gioia: E’ stata la prima.

Tommaso Labranca: Com’è Riccardo Fogli da vicino?

Santina La Gioia: Vecchio e brutto.

Tommaso Labranca: Le tue amiche sono state gelose del fatto che avessero scelto proprio te per quella parte nel film?

Santina La Gioia: Un po’ sì.
Tommaso Labranca: Riccardo Fogli come mito?

Santina La Gioia: No. C’era soltanto l’emozione di far parte di un cast cinematografico.

Tommaso Labranca: Una sera so che sei stata a cena con Riccardo e il regista. Cos’ha mangiato il Fogli?

Santina La Gioia: Zitoni al sugo, dentice al forno e insalata. Tommaso Labranca: Chi ha pagato la cena?
Santina La Gioia: Il regista.
Tommaso Labranca: Cos’hai guadagnato da questa esperienza? Santina La Gioia: Niente.

Tommaso Labranca: Ti hanno almeno pagata?

Santina La Gioia: No.

Tommaso Labranca: Cosa faceva il Fogli tra una ripresa e l’altra?

Santina La Gioia: Stava sempre con il cellulare all’orecchio. Telefonava in continuazione.

Tommaso Labranca: Quando vedremo questo film al cinema? Santina La Gioia: Mai.
Tommaso Labranca: Perché?

Santina La Gioia: Il regista ha litigato con Riccardo per questioni di cuore. Forse corna. Pareva che la moglie del regista avesse avuto una relazione con il Fogli con conseguente ritardo nel ciclo.

Tommaso Labranca: Come si chiama il regista? Santina La Gioia: Non ricordo. E’ uno alle prime armi. Tommaso Labranca: Lavoreresti ancora nel cinema?

Santina La Gioia: Sì, ma non con Riccardo Fogli. Tommaso Labranca: Grazie.
Santina La Gioia: Prego.

Raul Montanari

Covers è una raccolta di testi che a lungo è stata recitata da Nove, Scarpa, Montanari in giro per l’Italia.

Tommaso Labranca: Cos’è Covers?

Raul Montanari: Come quasi tutti sanno, nel rock una cover è un pezzo di un cantante o di un gruppo riproposto da un altro cantante o gruppo. “Satisfaction” dei Rolling Stones rifatta a un ritmo isterico dai Devo, per esempio, è una cover [e come dimenticare la cover di “Satisfaction” fatta da Raffaella Carrà nell’album “Scatola a sopresa” che sfociava poi in un mix con “Romagna mia”? n.d.L.]; oppure l’incredibile versione live di un vero inno degli anni ’60, “Light My Fire” dei Doors, tradito e massacrato felicemente dai Massive Attack in Protection. Normalmente in una cover il testo e la melodia rimangono invariati, mentre a cambiare sono l’arrangiamento, il ritmo, i colori timbrici. Dato che Tiziano Scarpa, Aldo Nove e io non siamo musicisti ma scrittori, abbiamo preso una quarantina di canzoni inglesi, francesi e tedesche dell’ultimo trentennio (e oltre) e abbiamo lavorato solo sulle parole, generando dei testi poetici che non hanno più niente dell’originale. Sono testi autonomi, nati a volte semplicemente dalla suggestione del titolo della canzone, altre volte dalla sua atmosfera, o da quei pezzetti di cantato che ci ronzano nella testa, quelle parole che sfuggono dalle maglie della melodia e si capiscono, spesso confusamente, in una canzone non italiana. Direi anzi che è proprio per questo che non abbiamo usato canzoni italiane. Nella performance ci alterniamo: uno va al microfono e interpreta il suo testo, gli altri due smanettano sul mixer e sul lettore cd mettendo sotto, come base, proprio la canzone originale nella sua interezza, e regolando i volumi. Il risultato è davvero sorprendente.

Tommaso Labranca: Chi ha avuto l’idea?

Raul Montanari: E’ stato un caso rarissimo di suggestione telepatica. A tre, per di più. Uno ha detto una parola, uno un’altra, il terzo ha aperto un nuovo file di Word, e nel giro di poche ore il progetto era pronto… e anche i primi testi.

Tommaso Labranca: Quali pezzi avete scelto?

Raul Montanari: Mi viene più facile dire quali gruppi: abbiamo spaziato dal rock progressivo al punk, al dark, al pop da hit parade. Quindi Pink Floyd, Genesis, Bauhaus, Aqua, Police, Massive Attack, Lou Reed, David Bowie, Talking Heads, Einstuerzende Neubauten, Air, gruppi techno di cui non ricordo il nome, Nirvana, Suicide, Morcheeba, Bjork, Tuxedomoon, Cure, ecc. Menzione speciale per un trio di fuori quota come Armstrong & Fitzgerald, Billie Holiday e Charles Trenet, che fra l’altro credo sia il cantante preferito del futuro presidente del consiglio dei ministri [uno dei suoi preferiti. La canzone che ama di più e canta spesso è “Mon île” di Henri Salvador n.d.L.]; . Supermenzione per il nostro gruppo di culto: i Kraftwerk. Non solo ciascuno di noi tre ha fatto una cover dei Kraftwerk, ma il libro è dedicato a Ralf Hutter e Florian Schneider.

Tommaso Labranca: La scaletta è fissa o mobile?

Raul Montanari: Ci sono 2-3 pezzi a testa ormai di una tale affidabilità che difficilmente rinunciamo a farli. Siccome di solito ne performiamo 5 ciascuno, ne rimangono altrettanti per la cui scelta ci lasciamo ispirare dalle facce del pubblico, dal luogo, dal momento. Dalla voglia di fare esperimenti.

Tommaso Labranca: Dove vi esibite?

Raul Montanari: Covers è uno spettacolo molto semplice dal punto di vista tecnico: al limite basterebbe un radioregistratore con lettore cd incorporato, più la voce. Perciò è possibile farlo

dappertutto e l’abbiamo fatto dappertutto. Metterei ai due estremi il Teatro Sociale di Brescia, un teatro d’opera con 700 posti gremiti in cui le prime covers hanno visto la luce quasi un anno fa, fra incidenti di ogni genere, e la biblioteca civica di Lovere, dove effettivamente avevamo solo un radioregistratore. La performance è venuta bene in tutti e due i casi.

Tommaso Labranca: Quali sono le reazioni del pubblico?

Raul Montanari: Con rarissime eccezioni, è entusiastica e molto gratificante per noi. La combinazione fra poesia e musica, che qui viene proposta non usando la musica come semplice colonna sonora ma in un rapporto molto intimo e “necessario” con i testi, crea un impasto emozionale davvero unico. Non a caso siamo molto provati, alla fine della performance. Aggiungerei che Covers non è uno spettacolo “per giovani”: abbiamo avuto spettatori di ogni età.

Tommaso Labranca: E quali sono state le reazioni dei santoni letterari?

Raul Montanari: Aspettiamo che esca il libro e ci sarà da ridere. I titolari delle rubriche letterarie che si occupano di recensire libri di poesia stanno già arrotando le mannaie.

Tommaso Labranca: Il libro come sarà?

Raul Montanari: Questo è il punto. All’Einaudi hanno preso la cosa estremamente sul serio; invece di puntare su un’operazione pop hanno giudicato i testi autonomamente validi, al di là di questo loro originario rapporto con la musica, e stanno per pubblicarli nella famosa collana “bianca” di poesia, che è un po’ come dire nel salotto buono della poesia italiana e non. Quindi i testi saranno giudicati per quello che sono. D’altronde nelle Scritture si dice che per le nostre parole saremo giudicati… non per le nostre musiche. Il libro si chiamerà “Nelle galassie oggi come oggi”, un distico di Aldo Nove tratto da una delle cover. Uno zoom micidiale che ci ha fatto impazzire.

 

Tracy

Tracy era una ballerina americana che girava nella casa di Different Opinion nel 1993. Questa breve, ma succosa intervista, è stata realizzata proprio in quel luogo e in quell’anno dopo che avevo saputo che Tracy aveva ballato in qualche programma televisivo con Sergio Japino. L’intervista, realizzata in collaborazione con B.lo Nardini, è apparsa in origine su Trashware 6.

Tommaso Labranca: Tracy, è vero che Japino esiste? Tracy: Sì, forse è vero.

Tommaso Labranca: Allora Tracy, quando ti si è presentata davanti Raffaella Carrà, l’hai trovata sexy?

Tracy: Sì. E’ un po’ dubbio. Seconda pregunta.

Tommaso Labranca: E’ vero Tracy che senza trucco Raffaella Carrà è irriconoscibile?

Tracy: E’ troppo.

Tommaso Labranca: Ma è vero che Japino esiste?

Tracy: Tes, I really have to say yes! He does. Ah ah.

Tommaso Labranca: E quindi ha un corpo fisico, tattile…

Tracy: Ah, I don’t know. Raffaella sa meglio che io.

Tommaso Labranca: Ma quindi non ti è successo di toccare o di essere toccata da Japino.

Tracy: El Pino a me.
Tommaso Labranca: Ti ha toccata durante il lavoro? Tracy: Sì, abbiamo un cambio de corpo.

Tommaso Labranca 44

Tommaso Labranca: Un cambio de corpo? In che senso? Tracy: En que me ha del giro.
Tommaso Labranca: Ti ha girato?
Tracy: Altro posto.

Tommaso Labranca: Ed è stato corretto con te professionalmente?

Tracy: Mmmmhh… può, sì perché en questo momento io non capito niente di italiano y era la unica manera de comunicare. Do you think I have a pedo* muy grande adesso?

* Pare sia un termine gergale latino-americano che indica uno stato di confusione mentale in seguito all’assunzione di sostanze blandamente stupefacenti.

 

PlayStation

Nell’estate del 2000 Severino Cesari decide di realizzare un marchettone con la Sony e avvia la pubblicazione per ADN Kronos Libri di un monumentale “Grande libro della PlasyStation” che contiene la presentazione di tutti i giochi usciti fino a quel momento per la PSX1, alcuni interventi di noti scrittori e una serie di interviste a presunti vip sul loro rapporto con la PSX. Dopo aver cercato di far realizzare queste interviste a diverse persone, senza ricavarne particolare entusiasmo, il Cesari si rivolse a me. Io, per soldi, accettai e mi attaccai al telefono per tre giorni. So che è difficile a credersi, ma sono stato pagato un tot a vip.

Sbaglia chi crede che nel mondo dei giocatori di PlayStation si debba distinguere solo tra amanti del picchiaduro e appassionati della strategia. La vera distinzione sta nell’uso della preposizione. Ci sono, infatti, quelli che dicono: Io gioco con la PlayStation e quelli che affermano Io gioco a PlayStation. I primi sono individui adulti, razionali, dotati di senso della misura (oltre che di nozioni grammaticali più approfondite). Chi dice con lo fa sottolineando il distacco tra l’uomo e il giocatore. Penso con la testa, mangio con le posate, gioco con la PlayStation. L’essere umano è al centro di questo universo di strumenti e questa posizione di padronanza degli oggetti è ben espressa dall’uso del complemento strumentale.

Dire io gioco a PlayStation non sarà magari corretto, ma si rifà direttamente a certi modi di dire infantili. I bambini, infatti, propongono giochiamo a mamma oppure giochiamo a guerra e con quella a intendono una uscita dal proprio corpo e l’assunzione di una nuova personalità, quella della genitrice o quella del soldato, per esempio. Chi gioca a PlayStation lo fa abbandonando se stesso e diventando parte integrante della macchina. Chi dice a cancella ogni confine tra uomo e giocatore, trascende ogni umanità e diventa PlayStation così come i bambini diventano mamma o guerra quasi senza strumenti, ma solo con la fantasia. La PlayStation non è in questo caso uno strumento di svago, di divertimento, di fuga dalla realtà. In quei momenti, per chi gioca a, la PlayStation diventa l’unica realtà possibile.

Sono giunto a questa profonda riflessione dopo aver ascoltato le confessioni telefoniche di decine di personaggi famosi che con la PlayStation hanno un rapporto di dedizione, desiderio, repulsione, ma mai di indifferenza.

Sbagliando, all’inizio ho proceduto un po’ a intuizione. Così ho pensato che per primo avrei dovuto chiamare Paolo Brosio, inviato televisivo a vari livelli, poiché univa tutte le caratteristiche che cercavo: agone sportivo, una buona dose di stupore infantile e tenacia nel perseguimento degli obiettivi. Telefono.

Tommaso Labranca: Ti disturbo?
Paolo Brosio: No, sono in vacanza e non sto facendo nulla.

Tommaso Labranca: Posso farti due o tre domande sulla PlayStation?

Paolo Brosio: Su cosa?

Tommaso Labranca: La PlayStation Sony, la console, quella in cui si mettono certi dischi simili ai CD, ma neri…

Paolo Brosio: Ah, quella cosa che ci giocano i bambini… cosa volevi chiedermi?

Tommaso Labranca: Lasciamo perdere, ciao.

Ecco, nella vita mai procedere per intuizioni, né per stereotipi. Quali bambini? La PlayStation rappresenta un mondo trasversale e intergenerazionale. Il numero di adolescenti e di over- trentacinquenni appassionati di PlayStation è praticamente identico e identica è la passione con cui ci si impegna nel gioco. Ne ho avuto la prova durante le seconda, e più fruttuosa, telefonata. Ho chiamato Davide Civeschi, musicista del gruppo Elio e le Storie Tese.

Tommaso Labranca: Tutti gli Elios giocano?

Davide Civeschi: No, non tutti. Gli appassionati siamo solo il tastierista e io. Gli altri però, pur non essendo iscritti al partito della PlayStation sono dei calorosi simpatizzanti. Io forse sono il giocatore più esagerato, al punto che a volte mi tocca fare autotraining per uscire dal tunnel della PlayStation. Ma sono momenti di breve durata. Gioco soprattutto di notte, per ore. Mi dico: ‘Ancora cinque minuti e smetto…’ poi invece vado avanti. E intanto mi ripeto: ‘Basta, riposa… domani sarà una giornata pesantissima, come farai a svegliarti?’ Niente… continuo.

Tommaso Labranca: Sei un giocatore notturno e solitario?

Davide Civeschi: No, non sempre, perché gioco spesso con mio fratello. E lì abbiamo davvero superato ogni limite: abbiamo collegato due PlayStation (non due joypad, due PlayStation intere!) per giocare a Red Alert. Giocando in due c’è in più l’elemento competizione umano contro umano. Prima quando ero in giro per suonare sentivo la mancanza dei giochi. Allora mi sono organizzato con il tastierista e abbiamo montato un televisore sul pullman. Adesso in viaggio giochiamo usando un alimentatore che trasforma la corrente a 12 V della batteria in corrente a 220 V. Gli altri membri del gruppo ci guardano e per fortuna capiscono.

Tommaso Labranca: A quali giochi ti dedichi?

Davide Civeschi: Preferisco i giochi di strategia ai picchiaduro, anche se di questi ultimi me ne hanno regalati parecchi e li ho provati. Sono particolarmente orgoglioso di aver finito Metal Gear Solid in due giorni!

Tommaso Labranca: Complimenti. Io non sono andato oltre i primi dieci minuti… So che hai due figli, c’è competizione con loro per l’uso della PlayStation?

Davide Civeschi: Non diretta. Mi spiace però che loro non abbiano a disposizione i giochi che avevamo noi da piccoli, il Lego in particolare. Quello tradizionale, intendo, non quello con i chip che

si vende oggi. Così a volte li stacco dai videogiochi e gli faccio fare altro…

Tommaso Labranca: Tipo?
Davide Civeschi: Mah, faccio vedere loro un documentario…

Credo che Davide lo faccia solo per poter usare indisturbato la PlayStation.
Il contrario succede invece in casa di Marco Giusti, critico cinematografico e autore televisivo, che lascia la PlayStation alla prole e si ritira sconfitto a visionare un’opera minore del regista Anthony Dawson.

Marco Giusti: Ci provo, cerco di giocare al calcio, ma sono un incapace totale e vengo regolarmente umiliato dalle mie due figlie che sono di una abilità spaventosa.

Tommaso Labranca: Quanti anni hanno le bambine? Marco Giusti: Una 8 e l’altra 13 anni.

Tommaso Labranca: E tu ti fai stracciare da due ragazzine di quell’età?

Marco Giusti: Veramente succedeva anche quando ne avevano 5 e 10.

Umiliazioni brucianti: questo forse è uno dei motivi per cui molti padri di famiglia preferiscono affettare una dignitosa nostalgia per i bei giochi dei miei tempi, quelli che si facevano per strada con gli amici…

Comunque in tanti casi la nostalgia per i giochi della propria infanzia non è una posa, ma un sentimento sincero e condiviso da molti, come ha dimostrato anche il conduttore televisivo Tiberio Timperi.

Ho chiamato Timperi dopo averlo visto in uno spot. Alle spalle di una casalinga preoccupata per il candore della sua biancheria si

formava un alone di luce che poi prendeva le sembianze del Timperi. Siccome sembrava una scena tratta da Tomb Raider – L’ultimo bucato ho pensato: Magari Timperi gioca con la PlayStation.

Sì, ci gioco moltissimo, è stata la confortante risposta. Ma sempre con quella degli altri. Io non lo posseggo ancora. Così mi installo a casa di un mio amico giornalista che ha anche due giochi fantastici. Il primo è un simulatore di volo. L’altro invece è un viaggio in cui si parte dalla Terra e si deve arrivare sulla Luna per contrastare un virus.

Tommaso Labranca: Inquietante. A vederla in televisione sembra così compito e poi si trasforma in un Astolfo tecnologico…

Tiberio Timperi: E mi piacciono molto anche le simulazioni delle gare di Formula Uno

Tommaso Labranca: Ma si è dotato anche di pedaliera e volante?

Tiberio Timperi: Non ancora. Ma mi piacerebbe tanto… confido in un regalo per il prossimo Natale, un pacchetto completo. In realtà il bello di avere trentacinque anni e di aver mantenuto questa passione per il gioco è che si hanno i soldi per soddisfare tutti i desideri che si avevano da adolescenti. Si è quindi doppiamente felici. Io mi sono ricomperato anche la pista delle macchinine. E anche il Lego, quello originale. E persino l’enciclopedia dei Quindici, quella che si riconosceva anche al buio per l’odore che aveva. Mi manca solo una cosa. Vorrei trovare l’Allegro Chirurgo.

Tommaso Labranca: Ma guardi che si trova facilmente, io l’ho già comperato.

Tiberio Timperi: Sì, ma una versione per PlayStation…

Mmmhhh… allettante. Timperi ha ragione quando dice mantenere la passione del gioco e non ritrovare. Dedicarsi alla PlayStation non significa tornare a una dimensione ludica che magari si era

dimenticata. Non è un guardare al passato, ma è una evoluzione di quelle che erano le passioni dell’adolescenza. Ma è anche possibile salire all’improvviso sul treno della PlayStation, anche senza una anamnesi di dipendenza videoludica. Questo è quanto è capitato alle cantanti Paola & Chiara.

Tommaso Labranca: Ragazze sapete cos’è la PlayStation, come funziona?

(insieme): Guarda che non siamo così arretrate o fuori dal mondo. Siamo sempre attaccate al PC, navighiamo moltissimo in Rete, abbiamo anche un nostro sito. E giochiamo pure con la PlayStation.

Tommaso Labranca: E’ tanto che giocate?

(Paola): Poco. Da un paio di anni. Prima quando andavamo a casa di amici e a un certo punto qualcuno accendeva la PlayStation, noi iniziavamo a lamentarci e a dire: ‘Ecco adesso chi li stacca più!’. Poi un giorno che eravamo a Londra, non mi ricordo nemmeno come mai, siamo entrate al Trocadero. Abbiamo iniziato a giocare con tutti i giochi che c’erano e ne siamo uscite solo a sera inoltrata.

(Chiara) E poi appena tornate in Italia abbiamo comperato la PlayStation.

Tommaso Labranca: Due o una sola?

(Paola): Una sola, ma con due joypad. Giochiamo una contro l’altra. Quelli sono gli unici momenti in cui non siamo unite, ma rivali. A volte è una gara impari perché abbiamo qualità diverse. Chiara, infatti, ha i riflessi più pronti, mentre io capisco immediatamente la strategia di un gioco.

Tommaso Labranca: Credete che essere appassionate di videogiochi costituisca un motivo di attrazione in più in una ragazza agli occhi di un ragazzo?

(insieme): Assolutamente no! Il videogioco è ancora un regno maschile e i ragazzi nelle ragazze cercano altro (hanno anche specificato cosa, ma non mi sembra il caso di ripeterlo, ndr), cercano il mondo reale che è diverso da quello immaginario e fantastico che trovano nella PlayStation.

Un esempio lampante di quest’ultima affermazione di Paola & Chiara è rappresentato da DJ Angelo, conduttore di Ciao, belli! su Radio DeeJay. Di lui si dice che consumi i suoi amplessi mettendo in pausa la PlayStation, quasi a distinguere il mondo irreale del gioco da quello reale delle ragazze. Angelo non conferma, ma da quanto mi racconta potrebbe anche essere probabile.

Sono un giocatore formidabile per capacità e resistenza. Addirittura al punto che dopo un po’ i giochi mi sembrano troppo facili, li lascio perdere e inizio ad aspettare le nuove versioni. E se non sono molto più difficili delle precedenti mi incazzo di brutto.

Tommaso Labranca: Quali sono i giochi che ti coinvolgono di più?

DJ Angelo: I miei giochi preferiti sono quelli sportivi. Due su tutti, il calcio e la Formula Uno. Mi piace dilatare i tempi. Quando gioco con i simulatori di Formula Uno, inizio un Gran Premio, poi quando mi stanco faccio una sosta ai box. Solo che metto in pausa e la sosta dura anche una o due ore. Nel frattempo faccio la doccia, vado al bar sotto casa e sto un po’ con gli amici. Al ritorno riprendo il gioco da dove lo avevo lasciato. Visto che è una realtà virtuale ne approfitto.

Tommaso Labranca: Giochi di notte?

DJ Angelo: Gioco più spesso al pomeriggio. La notte torno a casa troppo tardi dalla discoteche dove faccio le serate. Ho provato a giocare un po’ a notte inoltrata, ma mi addormento con la manopola in mano. E sogno tutta la notte incidenti sulle piste di Formula Uno. Così preferisco giocare quando sono più lucido.

Ma serve davvero lucidità per giocare con la PlayStation? E se sì, come si spiega il fatto che tra i giocatori più accaniti vi sia anche Bruno del duo comico Fichi d’India, assolutamente incomposto, illogico e incompiuto nell’aspetto asimmetrico e nella sintassi scoppiettante?

Bruno: Io gioco tantissimo, all’eccesso. Al punto da compensare anche l’indifferenza dell’altro, Max, che invece si perde con i computer. Io da solo gioco così tanto che è come se giocassimo tutti e due.

Tommaso Labranca: Ma come hai scoperto questa passione divorante?

Bruno: L’ho scoperta per caso, quando mi hanno regalato la PlayStation. Non sapevo nemmeno cosa fosse. Quando l’ho portata a casa e l’ho accesa ho avuto dei problemi, poi ho beccato subito Crash Bandicot 1. Il primo, che per me è il migliore. Come i film di Fantozzi. Il primo è stupendo. Comunque mi ha preso subito ‘sto coso! Poi mi sono comperato tutte le riviste con i demo. Io sono sempre stato negato con i videogiochi. Ti ricordi quello con il gorilla che andava su e giù?

Tommaso Labranca: Donkey Kong.

Bruno: Ecco, già lì ero negato. Al bar avrò speso sei miliardi non ho mai vinto un cacchio. Non andavo mai dopo il primo livello. Con la PlayStation l’unico problema è che nelle riviste trovo i codici. Un po’ ho resistito, ma poi non ce la facevo, volevo finire Crash Bandicot, ho inserito i codici e ho rovinato il gioco.

Tommaso Labranca: Visto che il tuo collega Max non sa giocare, tu che fai? Giochi da solo?

Bruno: Io ho un figlio di nove anni anche lui preso di brutto dalla PlayStation, così facciamo le gare. Ma lui mi batte. Adesso siccome è in vacanza e io sono a casa da solo, mi sto allenando e

a settembre quando torna lo distruggo. A me piace vincere, ma lui è sgamato, va più forte.

Tommaso Labranca: Con che tipo di giochi sfoghi la tua mania distruttiva?

Bruno: Mi piacciono molto le piattaforme. Avevo scoperto su un demo un giochino giapponese di un gruppo che si chiama Net… boh, hanno un nome che non mi ricordo. Ma sono giochini di piattaforma o strategia. Il fatto è che giro dappertutto, ma non lo trovo da nessuna parte. Poi casualmente ho scoperto che quello contenuto nel demo era il gioco completo.

Tommaso Labranca: Cerca di ricordarti che gioco era.

Bruno: Gem gold… gem rose… mah… era il gioco di uno che va sottoterra, ci torva le gemme e i sassi. Era difficilissimo, ho visto anche gli altri livelli: un disastro! Ma il guaio è che poi l’ho perso! Non trovavo più il CD ed ero disperato perché a quel tempo non facevo che giocare con quel gioco. Ho ricominciato a comperare tutte le riviste e alla fine sono stato fortunato: ho trovato una raccolta di tutti i giochi della net-come-si-chiama e c’era anche quello! Ma vai! L’ho recuperato!

Tommaso Labranca: Cosa pensa tua moglie di questa tua passione?

Bruno: Le donne non capiscono queste cose, non apprezzano i giochi, ma è meglio così. Perché pensa ad avere una moglie che invece di fare i mestieri a casa passa il giorno a giocare!

Al fine di smentire questa affermazione molto poco femminista di Bruno dei Fichi d’India, ho deciso di chiamare anche qualche esponente del gentil sesso. Ho quindi telefonato alla nota star radiotelevisiva Platinette.

Tommaso Labranca: Platinette, sto realizzando delle interviste per un libro sulla PlayStation…

Platinette: Modeeerna!

Tommaso Labranca: Grazie. Siccome le ragazze che giocano e che mi hanno risposto sono state pochine finora, avevo pensato a te, ma non so se ho fatto bene…

Platinette: Metti in dubbio la mia femminilità?

Tommaso Labranca: Veramente metto in dubbio il tuo essere ragazza.

Platinette: Non mi offendo mica! E’ vero, sono una vecchia e non voglio assolutamente apparire una giovincella mettendomi a giocare con quelle cose lì! L’elettronica è un guaio! Una sciagura per l’umanità! (traduzione: muoio dalla voglia di giocare, ma sono una schiappa totale…). Ho provato a fare anche le cose con il computer, mi sono messa a chattare, ma preferisco i rapporti più intimi (traduzione: ho conosciuto uno di Pavia che in chat si era descritto come Apollo e dal vivo sembrava Pan).

Tommaso Labranca: Platinette, francamente credo che il tuo dichiararti paleolitica sia una posa snob…

Platinette: Assolutamente no! Sono felice di essere vecchia! La tecnologia è come un golfino di Benetton: prima ti fa sentire allegra e colorata, ma dopo una settimana non ne puoi più! E poi star lì con quel coso in mano (il joypad, ndr), con quella forma così strana…

Tommaso Labranca: Basta così, grazie. Vedi che sei bugiarda? Dici che non giochi e poi conosci tutti i dettagli della PlayStation. Per me lo fai solo per invidia verso eroine come Lara Croft che hanno un corpo che tu ti sogni di notte.

Platinette: Uuh! Quella! Finta! La chiami donna? E’ l’Elogio Altisonante del Trans! Io invece sono una Donna Concreta e propugno il ritorno alla natura! Viva la campagna! Viva l’aia! Viva il pollame…

Clic.

In realtà c’è chi davvero non gioca con la PlayStation, ma lo fa con la morte nel cuore. E’ il caso dello stilista Elio Fiorucci.
Purtroppo ho sempre così poco tempo che non riesco a fare tutto ciò che vorrei. Mi perdo un sacco di meraviglie, lo so. Mi piacerebbe navigare in Internet, ma quando? Sono forse l’unico non-giocatore di PlayStation che ne è profondamente appassionato. Mi entusiasmano i colori, le storie, la fantasia dei giochi e il fatto che tutto sia chiuso in quei supporti di memoria così piccoli e anonimi. In realtà mi affascinano tutte le cose elettroniche, tutte le cose nuove. Bisognerebbe davvero disporre di una doppia vita. Se avessi un’altra esistenza parallela la dedicherei in gran parte anche alla PlayStation.

Un altro irrefrenabile amante della tecnologia è l’attore Francesco Paolantoni. Lui però è anche praticante. Si dice che abbia ha una casa ipertecnologica, che possegga tutti i decoder possibili, nove televisori, di cui due al plasma. Il suo nome è in cima alla liste delle prenotazioni della PlayStation 2.

Francesco Paolantoni: Non sono schiavo della PlayStation, però. Ci gioco quando sono a casa, a Napoli. Di solito gioco fino allo stremo, fino a quando raggiungo il limite fisico e mentale…

Tommaso Labranca: E dici di non essere schiavo!

Francesco Paolantoni: Ma so quando fermarmi. Anche perché di solito nei giochi non vado mai avanti più di due o tre livelli. Poi inserisco i codici e vado avanti rapidamente. Non ne mai finito un gioco completo.

Tommaso Labranca: Non sei paziente.

Francesco Paolantoni: Per nulla. Anzi non mi piacciono nemmeno i giochi di riflessione, dove bisogna risolvere degli enigmi troppo complicati. Mi piacciono i giochi veloci, rapidi, con molta azione. I giochi da fare con gli amici, possibilmente. Di certi giochi ho anche organizzato dei tornei. L’abbiamo fatto con Resident Evil 3 e 4.

Tommaso Labranca: E dei giochi che compri e non finisci che ne fai? (Penso: magari li butta e me li spedisce.)

Francesco Paolantoni: Li tengo. Li metto via e li riprendo dopo un po’. (Acc… ndr.) Adesso sto giocando a Medievil 2, sono arrivato al 5° livello, ma tra poco smetto. E poi tra un po’ magari lo riprendo.

Tommaso Labranca: Senti Francesco, tu sei napoletano…

Francesco Paolantoni: Non cominciamo con questa storia… cosa vuoi dire? Che uso i giochi taroccati? No, io compro sempre giochi originali, appena escono. Sono sempre il primo a comperarli. Non mi fare arrabbiare che se no per sfogarmi devo attaccarmi alla PlayStation e giocare tutta la notte a Tekken 3!

Io in realtà volevo chiedergli come, essendo napoletano e quindi immerso in una forte tradizione, riuscisse a unire il passato alla tecnologia… Ma lasciamo perdere. Meglio andare negli Stati Uniti dove il rapporto tra tradizione e tecnologia è a netto favore di quest’ultima e quindi ho più probabilità di trovare donne appassionate di PlayStation. Chiamo allora la showgirl Justine Mattera e centro il bersaglio!

Justine Mattera: Sono una grande giocatrice. Mi piace molto PlayStation (gli americani non usano l’articolo per la PlayStation, però poi dicono the Internet, mah… ndr). Tutte le volte che vado in casa di amici e vedo che la hanno li costringo a giocare. Gioco a volte anche da sola, ma con gli amici è meglio. Mi piacciono i giochi vecchio stile, soprattutto le corse di automobili e il calcio.

Tommaso Labranca: Scusa, tu non la possiedi?

Justine Mattera: No, sono sempre in viaggio e non potrei giocarci spesso. Spero che arrivi presto PlayStation portatile. Per ora uso quelle che trovo sugli aerei e nelle stanze d’albergo.

Tommaso Labranca: Dove?

Justine Mattera: Negli Stati Uniti, in tutti gli alberghi le camere hanno PlayStation.

Tommaso Labranca: Non ti senti a disagio? Non è strano per una ragazza essere appassionata di PlayStation?

Justine Mattera: Ma scherzi? Non è mica strano che una ragazza gioca con PlayStation. Dipende dalla donna, certo. Io sono di quelle che giocano e che giocano per vincere. Per me la cosa più importante è dimostrarmi più forte del computer. Amo vincere. Contro un computer o contro le persone.

Bella affermazione. Ecco la strada da prendere: chiamare donne forti che di sicuro giocano con la PlayStation. Telefono alla cantante Loredana Bertè.

Tommaso Labranca: Loredana, sapevo che passavi la notte sveglia a guardare i vecchi film sulle televisioni locali, ma non immaginavo giocassi con la PlayStation.

Loredana Bertè: E’ che non ci sono più film di notte… solo aste, vendite, maghi… allora meglio giocare.

Tommaso Labranca: Ma come hai cominciato?

Loredana Bertè: E’ stato Renato (Zero, ndr) a passarmi il vizio… Quando sto a casa sua lui è sempre attaccato alla PlayStation;

anche 25 ore di seguito… e io gli dico ‘Basta, o almeno abbassa il volume che c’è una musichetta che mi fa saltare i nervi’.

Tommaso Labranca: Una musichetta come quella che si sente in sottofondo?

Loredana Bertè: Eh sì, sto a gioca’ anche adesso.

Nota: io fantastico molto sulla vita di Loredana e invidio il suo splendido isolamento. Adesso me la vedo a notte fonda che gioca per ore con Lara Croft, che in fondo ha la sua stessa grinta nell’affrontare la vita e, anche quando perde, è sempre la più forte perché può ricominciare da capo.

Ma che Tomb Raider. Io gioco sempre con gli stessi giochi di Renato con le formiche, le coccinelle, i pupazzi che saltano dappertutto.

Tommaso Labranca: Ma tu giochi con Zero? Lo batti? E’ davvero bravo?

Loredana Bertè: E chi lo batte quello? Ma perché non lo chiami tu e non glielo chiedi?

Facile a dirsi. Intanto c’è un problema. Quando si parla con Renato Zero, come ci si deve rivolgere? Dirgli Signor Zero è un po’ imbarazzante. Signor Renato fa un po’ droghiere. Quindi, pur con il rispetto dovuto da parte di un sorcino, lo chiamo Renato, ma gli do del lei.

Tommaso Labranca: Renato, anche se sulle prime non ci credevo, ho saputo che lei gioca spesso con la PlayStation.

Renato Zero: E perché incredulo? Che c’è di strano? Io gioco spesso, anzi spessissimo con la PlayStation. Non la spengo mai. A volte la metto in pausa, scendo in studio a registrare un passaggio, poi ritorno e ricomincio a giocare.

Tommaso Labranca: Che giochi preferisce?

Renato Zero: Eh, mi piacciono i giochi che sono simili ai cartoni animati. Tarzan, Bugs Bunny, Hercules… più sono colorati e più mi piacciono. I giochi sono fantasia, non realtà o violenza. Non gioco mai a quelli tipo picchiaduro, non mi piacciono i giochi in cui sparano e nemmeno quelli dove ci sono personaggi troppo simili alle persone vere. Il più movimentato tra i giochi che preferisco è Crash Bandicot, ho tutta la serie dall’uno al quattro.

Tommaso Labranca: Un mondo idilliaco.

Renato Zero: No, non mi disturba anche un po’ d’azione. Per esempio mi piace molto giocare con Gran Turismo e con altri giochi di auto. Mi piace quando i veicoli si urtano e si rovinano e ci vogliono i soldi per ripararli.

Tommaso Labranca: Ma gioca di notte?

Renato Zero: No, gioco quando capita, ogni volta che mi è possibile. E’ per questo che sono diventato non un buon giocatore, ma un giocatore eccezionale!

I giocatori eccezionali, per propri ammissione o per nomina da parte degli amici, sembrano essere parecchi. Tra questi si fa con insistenza il nome dell’attore Corrado Guzzanti.

Tommaso Labranca: Girano voci insistenti sulla sua abilità come giocatore di PSX.

Corrado Guzzanti: Voci infondate, non sono quel mostro che dicono. Però gioco da molti anni e ho almeno l’esperienza dalla mia parte. Ho cominciato con Space Invaders, oggi magari fa la figura di un giochino rozzo. Ma è proprio l’aver vissuto questo passaggio verso la perfezione, questa continua sofisticazione che è andata dalla bidimensionalità alla tridimensionalità che non mi ha fatto perdere l’entusiasmo verso i giochi. Un adolescente di

oggi sarà patito, ma un trentenne lo è di più proprio perché ha visto crescere e migliorare il mondo parallelo del videogame.

Tommaso Labranca: Questa è dedizione, non semplice passione.

Corrado Guzzanti: E’ che io gioco parecchio con la PSX, a volte anche per necessità. Due anni fa ho fatto una tournée teatrale che mi ha portato anche in piccole città dove l’unica attrazione era il nostro spettacolo. Non c’era niente da fare, soprattutto di notte. Così mi sono portato dietro la PSX e ci giocavo in albergo.

Tommaso Labranca: Da solo?

Corrado Guzzanti: Non gioco mai da solo, sempre con amici o con chi mi segue nelle torunée. I giochi così sono più coinvolgenti. Siccome preferisco le simulazioni sportive, calcio in primo luogo, è meglio giocare contro un avversario umano che da soli contro la macchina. Però mi appassionano anche scenari di spionaggio, i giochi che uniscono azione e meditazione.

Tommaso Labranca: Niente spari, botte o simili?

Corrado Guzzanti: Ci sono dei momenti in cui mi viene una tensione particolare, quando magari devo scaricare i nervi e allora l’unica soluzione è giocare a Tekken. Mi spiace che sia diffusa questa idea del videogioco violento. In realtà è una valvola di sfogo molto utile. Un canale attraverso il quale si possono scaricare frustrazioni e tensioni che altrimenti potrebbero sfociare in cose più pericolose.

La vita riserva davvero delle sorprese. Uno crede che dietro la PlayStation si perdano solo ragazzini, rapper e vj, invece… Il conduttore televisivo Andrea Pezzi, per esempio, conferma quanto la realtà sia diversa dagli stereotipi mentali.

Andrea Pezzi: Gioco poco con la PlayStation. Me l’hanno regalata anni fa, per un po’ ci ho giocato, anche molto, poi non ho più avuto tanto tempo per farlo. Credo si debba giocare con moderazione.

Chi gioca troppo con la PlayStation è come se entrasse poi in un mondo a parte, diverso da quello della realtà. E’la stessa alienazione che colpisce chi guarda MTV tutto il giorno.

Tommaso Labranca: Ti stai parlando contro!

Andrea Pezzi: Ma io ho cercato di lottare contro la figura del vj alienante e stereotipato. Il vj spesso è finto, è davvero come un personaggio di un gioco per PlayStation: prevedibile nelle mosse, manovrato. I giovani spesso non capiscono questa cosa e finiscono per identificarsi con il vj-stereotipo, creando un nuovo stereotipo.

Tommaso Labranca: Sono sconvolto. Mi hai tracciato uno scenario senza speranza.

Andrea Pezzi: La speranza sta nell’uso creativo della macchina, sia della tv sia della PlayStation. Quando guardo la televisione e vedo una cosa che mi piace o addirittura mi entusiasma, mi viene voglia di fare, allora spengo e metto giù un progetto per un programma che mi è venuto in mente. La stessa cosa mi capita con la PlayStation. Mentre gioco inizio a pensare e i colori, i movimenti, lo svolgimento mi aiutano a farmi venire nuove idee.

Tommaso Labranca: Alla fine, dunque, giochi anche tu. Ma a cosa?

Andrea Pezzi: Soprattutto a giochi in cui c’è la possibilità di sfidarsi uno contro uno. I giochi di calcio, in particolare. Sono più vicini alla realtà, meno alienanti.

A riequilibrare le cose provvede Andrea Pellizzari, autore e conduttore radiotelevisivo, che si dichiara totalmente perso per la PlayStation.

Andrea Pellizzari: Ci gioco troppo. Me l’ha regalata mio fratello perché sapeva che sono un appassionato di videogiochi. Anche

se non sono mai stato un mostro di bravura. Mi affascinano. Quando conducevo Los Quarentas su Italia Network nella mia mente svolgevo il programma con una sequenza da videogioco radiofonico.

Tommaso Labranca: Totalmente rovinato…

Andrea Pellizzari: Pensa che quando avevo 12 anni i miei un’estate mi mandarono a Brighton a imparare l’inglese. Ho passato quasi tutto il tempo nella sala giochi. Figurati quando è uscita la PlayStation che il videogioco te lo porta a casa, senza bisogno di gettoni, senza quello dietro che spinge perché vuole giocare… un paradiso e poi si usano più dita.

Tommaso Labranca: Che intendi dire?

Andrea Pellizzari: Una volta mi sono scorticato il pollice a furia di premere sul pulsante di un videogioco.

Tommaso Labranca: Impressionante. Che gioco era?

Andrea Pellizzari: Non mi ricordo, ma doveva essere come i giochi che preferisco anche sulla PlayStation, quelli dove ci vuole manualità, precisione nel tiro. Adesso sono perso per Streetfighter. Ho persino battuto uno dei più grandi campioni di PlayStation, che poi nella vita abita a Riccione e fa il parrucchiere. In attesa della PlayStation portatile uso il Palm V, ho scaricato dei giochi da Internet, come gli scacchi o dei solitari con le carte. Pur di non restare senza giocare quando sono in viaggio.

Tommaso Labranca: E con la PlayStation quando giochi?

Andrea Pellizzari: Gioco di notte, anche perché ho il televisore sul letto e la PlayStation vicina. Mi perdo con Wipeout tutta la notte, tenendo il volume al massimo perché la colonna sonora mi piace troppo. Proprio a quella musica devo poi alcuni favolosi momenti non propriamente romantici con una mia expseudofidanzata cui stavo cercando di insegnare come si gioca.

Chi invece non sopporta la colonna sonora di Wipeout, ma proprio per niente, è un musicista: Max Gazzè.

Max Gazzè: Il gioco mi piace, ma la musica non la reggo e così gioco con il volume abbassato.

Tommaso Labranca: Mi hanno detto che sei un ottimo giocatore e che ti alleni con una costanza da atleta.

Max Gazzè: Non è vero, non gioco tantissimo. E quando lo faccio mi dedico a giochi rilassanti, come gli scacchi elettronici, al massimo l’automobilismo. Non riesco a seguire giochi troppo movimentati, le azioni troppo repentine, i colori violenti mi danno il mal di testa. Al massimo gioco con Tomb Raider perché ha degli scenari molto belli, salgariani quasi, permettono di sognare.

Tommaso Labranca: Anche tu, come tanti altri tuoi coetanei, hai la passione della PlayStation. Sai che c’è anche chi se ne vergogna e non vuole farlo sapere in giro. Tu invece?

Max Gazzè: Io non mi vergogno assolutamente. E’ un mezzo ideale per isolarmi e riposare la mente. D’altronde non rinuncio nemmeno alle autopiste o ai trenini. Il gioco fa parte della vita dei bambini e anche degli adulti. Io ho anche un altro hobby ludico: andare sui kart. Mi aiuta a sfogarmi, mi fa conoscere altri mondi che non siano quelli della musica e della composizione. Non si può fare sempre la stessa cosa. La PlayStation aiuta a cambiare. Ed è molto meglio della televisione.

Tommaso Labranca: E, se te lo chiedessero, di che gioco vorresti comporre la colonna sonora?

Max Gazzè: Sicuramente di un gioco di staticità. Che so, una cosa tipo Real fishing, il gioco della pesca.

In attesa che anche in Italia si commissionino colonne sonore di videogiochi agli artisti c’è chi ha fatto un’operazione contraria: ha usato immagini di giochi per PlayStation per accompagnare la propria musica. A farlo sono stati i ragazzi di Gente Guasta, che fino a poco tempo fa si chiamavano O.T.R. Per tutti parla Esa.

Esa: Abbiamo girato un video per un nostro pezzo che si chiamava Lotta armata. C’era bisogno di scene di azione, di guerriglia che forse sarebbero state troppo costose da girare per un video autoprodotto come il nostro. Così abbiamo avuto questa idea: metterci dentro pezzi di Tekken 3. Quel gioco ha delle presentazioni grafiche straordinarie, così abbiamo chiesto il permesso ai produttori che ce l’hanno accordato. Dopo anche altri hanno cercato di fare lo stesso, ma non hanno più autorizzato nessuno. Il nostro video ha colpito, anche se non faceva parte del solito circuito di britnispirs e boibbend lo hanno passato pure a MTV. Di notte.

Tommaso Labranca: Ma Tekken lo conoscevate già?

Esa: Noi siamo sempre attaccati alla PlayStation e Tekken 3 è il gioco che condividiamo tutti, anche quelli che non sanno giocare, perché basta schiacciare a caso per pestare. Con i più esperti si gioca a calcio o a giochi legati allo sport. Quando vogliamo dimostrarci per quei deviati che siamo allora ci buttiamo sulle Micromachines che è già un gioco idiota, ma facendolo tutti insieme riusciamo a raddoppiare l’idiozia. E poi ci sono i giochi dello skate, come Skateboarding o Skate & Destroy che sono più reali del reale.

Tommaso Labranca: Come mai molte band rap come la vostra, o comunque impegnate, pur scagliandosi spesso contro il mainstream alla fine cedono al fascino di un prodotto di sistema come la PlayStation?

Esa: Fare sempre i freak è impossibile. E poi visto che la PlayStation è legalizzata ci diamo alla dipendenza.

All’ultimo stadio di dipendenza da PlayStation, ma anche da tv in genere, è arrivata La Pina, rapper e conduttrice radiofonica, sorellina dei Gente Guasta con cui prende parte alle sedute di Tekken.

La Pina: Sono quella che chiamano quando anche quelli bravi finiscono nei guai con il Tekken, allora mi rollano e divento la capra del Tekken, perché sanno che quando mi metto a spippolare con la PlayStation sono terribile. (Io mi limito a trascrivere quanto rilasciato, n.d.r.)

Tommaso Labranca: Faresti la meraviglia di molti altri che ho intervistato e per i quali donne e PlayStation sono due mondi inconciliabili.

La Pina: Ma che antichi… che tristezza…

Tommaso Labranca: Ma fai solo la risolviproblemi o giochi in maniera metodica?

La Pina: Io gioco spesso. Dopo i concerti quando torniamo in albergo ci attacchiamo alla PlayStation e giochiamo insieme a calcio o a Formula Uno per tutta la notte. E poi gioco anche quando sono a casa. Il mio preferito è Crash Bandicot 1, ma mi do alla bruttura anche con PacMan, uguale a quello che c’era tanti anni fa, che passa nei labirinti e mangia quello che trova. Ci vado avanti per ore. Ho una resistenza incredibile davanti al video. Mi faccio anche 15 ore di televisione, tra PlayStation, canali satellitari e videocassette registrate. Sai che dove vado io ho noleggiato talmente tante cassette che mi hanno dato la tessera gold? Però c’è Giuliano (Palma, dei Casino Royal e ora anche dei Bluebeaters, n.d.r.) che è peggio. Lui gioca a Gran Turismo e lo fa attaccando la PlayStation a due televisori messi vicini, così vede l’azione su doppio schermo.

Tommaso Labranca: Un raffinato cultore!

La Pina: Ai limiti della follia. Ma lo sai che lui pensa di averle davvero le auto che compra con Gran Turismo? Magari siamo in giro, passa un macchinone e lui dice: ‘Ehi, io quell’auto ce l’ho!’. ‘Dove?’ faccio io. ‘In Gran Turismo’.

Di fronte a simili eccessi La Pina abbozza anche perché sa cosa vuol dire avere la febbre della PlayStation. Purtroppo questa non è la regola.

Ho perso due morose per colpa della PlayStation. E’ successo nel periodo dal 1994 al 1997 quando ero fossilizzato nei videogiochi. La prima ha provato ad appassionarsi, ma non ce l’ha fatta. La seconda se ne è andata prima ancora di provarci. La triste confessione è del cantante Samuele Bersani, che aggiunge: Ma è colpa mia. Il 1° maggio di qualche anno fa ero andato a Roma a trovare una ragazza francese davvero troppo carina con cui volevo andare a vedere il concerto in piazza San Giovanni. Invece mi sono bloccato per otto ore davanti alla PlayStation.

Tommaso Labranca: Ma quali sono i giochi che hanno il potere di incantarti fino a questo punto?

Samuele Bersani: Un po’ tutti, tranne quelli con sequenze troppo veloci tipo Doom che mi danno la nausea. Gioco però anche ai picchiaduro e a quelli in cui si deve sparare.

Tommaso Labranca: Ma come, tu che sei così dolce e romantico nelle cose che componi e canti ti riveli un giocatore implacabile e violento?

Samuele Bersani: Quando si gioca con la PlayStation si entra in un altro mondo. E poi alle volte si trovano delle scusanti. Per esempio c’è un videogame che si chiama RED LAVONAL in cui diventi un protagonista della resistenza contro i nazisti. Quando ne uccidi uno hai comunque l’alibi di aver ammazzato un cattivo e ti senti dalla parte dei giusti, dei buoni. La violenza di certi giochi è spesso gratuita e mi preoccupa l’effetto che può avere sulle menti di giocatori non troppo maturi. Mi spaventa per esempio la

diffusione dei Pokémon, questi mostriciattoli che si combattono violentemente tra loro. Però penso anche a quando ero piccolo io e mi entusiasmavo per le lotte di Bruce Lee…

Tommaso Labranca: Tu non faresti giocare i tuoi figli alla PlayStation?

Samuele Bersani: Sì invece, permetterei loro di giocare. Ma proprio perché anche io sono un giocatore convinto, conosco i rischi dello strumento. Persino io quando stavo troppo attaccato alla PlayStation di notte avevo gli incubi legati ai giochi. Ma chissà cosa ci sarà in giro quando i miei figli potranno giocare. Magari loro rideranno della PlayStation, la considereranno archeologia, come noi facciamo con i primi videogiochi, tipo la pallina da tennis che rimbalzava contro un rettangolino mobile. Solo che noi conserviamo una specie di tenerezza verso quei vecchi giochi così rozzi.

Tommaso Labranca: Quando questo avverrà, quale gioco avrai di sicuro conservato tra i tanti?

Samuele Bersani: Uno di calcio. Mi piacciono moltissimo i giochi legati al mondo del pallone, sono sempre più realistici.

Se dovessimo fare una classifica dei giochi più amati, finora il calcio batterebbe tutti, soprattutto tra i musicisti. In risposta i calciatori nel tempo libero dovrebbero dedicarsi a giochi musicali come Music 2000 o Fluid. Invece non è così. Si dice che tutti i calciatori giochino invariabilmente con i vari Fifa e che si ispirino a queste esperienze elettroniche per creare le loro prodezze in campo. Tutto ciò è meraviglioso! Dopo anni in cui oziosi artisti si sono domandati se l’arte imita la vita oppure è il contrario, oggi finalmente possiamo dire con certezza che è la vita che imita l’elettronica.

Peccato che i calciatori siano sempre irrintracciabili: o sono in ritiro o si stanno facendo fotografare appoggiati alla fuoriserie appena acquistata o sono sulle spiagge a mostrare addominali e

fidanzate. Ne ho trovati solo due, del Bologna, disturbati durante una cena, ma è stato un vero colpo di fortuna perché hanno cancellato l’immagine monomaniaca del calciatore che vive solo tra palloni, reali e virtuali. Il primo, il portiere Gianluca Pagliuca ha ammesso quasi scusandosi, di non saper giocare con la PlayStation, di essere forse l’unico a non farlo in tutta la FGCI. L’altro, Jonatan (senza h. I genitori si erano ispirati al Gabbiano Livingston, ma l’impiegato dell’anagrafe non aveva fatto inglese alle medie) Binotto, mi ha sconvolto dicendo:

Jonatan Binotto: No, non mi dedico mai ai videogiochi di calcio. Ho 40 videogame, ma nessuno di questi è di tipo calcistico. Resto in ambito sportivo, però. In cima alle preferenze c’è la Formula Uno, seguita subito dopo dal motociclismo. L’importante è che siano giochi di velocità e di azione.

Tommaso Labranca: Ma quando gioca?

Jonatan Binotto: Ci sono momenti in cui gioco per giornate intere, quasi senza staccarmi dal televisore. Altrimenti mi carico PlayStation e tutti e 40 i videogame e li porto con me in ritiro o in trasferta. Fra l’altro divido sempre la camera con il mio compagno di squadra Bia, altro maniaco della PlayStation. Però lui preferisce la serie di Tomb Raider che a me invece non piace. L’unico terreno sul quale ci incontriamo è quello del golf.

Altrettanto difficile da rintracciare quasi quanto un giocatore della Nazionale di calcio è stato anche lo scrittore Niccolò Ammaniti. Numeri inesistenti, telefoni che squillano a vuoto, segreterie su cui si lasciano messaggi destinati a restare senza risposta. Allora provo la carta dell’e-mail:

Da: tommaso labranca <xxxxxxxxx> Risposta: tommaso labranca <xxxxxxxxx> Data: Thu, 13 Jul 2000 12:24:47 +0200
A: <ammaniti@xxxxxxxxx>
Caro N.A.

sto collaborando a un libro sulla PlayStation. Tu ci giochi? Non fare il pigro e scrivimi 5 righe non di più sul tuo rapporto con la scatola grigia… quando giochi, con chi, a che giochi…

Miracolosamente la sera stessa mi arriva la risposta che aspettavo.

Da: ammaniti <xxxxxxxxx>

Risposta: ammaniti <xxxxxxxxx>
Data: Thu, 13 Jul 2000 19:43:11 +0200
A: <tommasolabranca@xxxxxxxxx>
Da quando ho letto che tra poco esce la PS2 non tocco più la PS1. Mi fa orrore e schifo. Mi sembra vecchia, con una grafica vecchia e nauseante. Voglio la PS2, perché è bello spendere, perché se non spendi non sei un uomo, perché se non c’è il DVD che razza di console è? Ci voglio vedere i film e giocare contemporaneamente e la voglio portatile, che sia pure telefonino, che vada in Internet, che funzioni ad infrarossi, con una telecamera che mi spii dovunque, voglio spendere un milione, due, sperò che non troverò mai copie masterizzate, la voglio usare per scaldarci i panini, per friggerci i sofficini, per fa’ godere la mia donna, voglio che… Voglio che… Voglio Morire.

Queste righe mi hanno commosso. Questa è devozione alla macchina! E’ bastata una semplice e-mail per cancellare la depressione che mi prendeva spesso durante questa caccia telefonica al V.I.P. appassionato di PlayStation. Sono spariti tutti quelli che non rispondevano e tutti quelli che ci gioco, ma preferisco non farlo sapere in giro. Tutti quelli che detesto l’elettronica, per me il gioco è fatto di legno e creatività e tutti quelli che ma le sembra che alla mia età io perda ancora tempo con i giocattoli? Nella mia mente sono rimasti solo quelli che a sentire la parola PlayStation hanno avuto un moto di entusiasmo e si sono accesi nel racconto di come giocano, con cosa giocano, con chi giocano. Mi sono reso conto di non essere l’unico a perdersi dietro eroine poligonali, ma di essere invece uno dei tanti adolescenti

irrisolti che sui giochi non metteranno mai una croce sopra. O, se proprio dovranno farlo, insieme alla croce ci metteranno anche il cerchio, il quadrato e il triangolo.

 

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