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Tommaso Labranca 1+1 = 1 (Eins + Eins ist Eins!)

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Tommaso Labranca

1+1 = 1
(Eins + Eins ist Eins!)

Questo racconto epistolare è stato composto nel 2007 per l’antologia “Ho visto cose…” (Rizzoli 24/7, 2008), realizzata in occasione di Torino Città del Design. A dieci scrittori era stato chiesto di scrivere un racconto ispirato a un famoso oggetto di design italiano. Io scelsi la calcolatrice Divisumma 18 perché effettivamente mi affascinava nel 1977.

Il racconto è stato oggetto di due reading, a Torino e ad Alba, con le musiche live degli Yo Yo Mundi.

An
Frl. Dorothea Kasner p.A. Firma Elektropunkt Lindenweg 11
Leipzig (DDR)

Milano, lunedì 19 settembre 1977

Buongiorno Dorothea,

come è andato il Suo fine settimana? Io l’ho passato pensando a Lei. Non so se io Le sarò mai venuto in mente una sola volta, accidentalmente. Sono sempre Werther. Il Suo corrispondente italiano, quello con il quale da due settimane parla al telefono giornalmente per quelle compravendite di materiale elettrico.

In realtà non mi chiamo Werther. Cioè, nessuno mi chiama così, ho deciso di usarlo ora per scriverLe. E’ il mio terzo nome. Gli altri due sono Mario e Amintore. Tutti mi chiamano Mario. L’idea di chiamarmi Werther fu di mia madre. Mi ha raccontato che a scuola (parla spesso del liceo che non ha mai portato a termine, ritirandosi a metà della terza) le avevano fatto leggere qualche passo del libro di Goethe e si era invaghita di quel personaggio così romantico. E’ il segno dell’incoerenza di mia madre: voleva studiare e non ha finito il liceo, si innamora di un riassunto e non si impegna mai a leggere un libro intero, sognava l’eroe romantico e ha sposato mio padre.

Naturalmente mio padre non era d’accordo sullo scegliere per me un nome così barbaro e difficile da scrivere, con quell’acca impronunciata che non sa mai dove mettere. Da uomo pragmatico detesta tutto ciò che è inutile, aborre il fronzolo, figuriamoci le acca mute. Le toglierebbe dall’alfabeto. La bellezza per lui sta nell’utilità e l’utilità non vuole aggetti, ma forme compatte, so- vrapponibili esattamente ai confini stessi della funzione. Per questo mi ha assegnato i nomi dei nonni (prima il paterno, è ovvio): perché sono nomi belli, in quanto composti da lettere di cui si pronunciano tutti i suoni, e utili, perché sono una garanzia sui lasciti dei nonni inorgogliti. Ora La lascio perché quella vecchia strega della segretaria sta per tornare e dovrà usare la macchina per scrivere. Mi aspetta un pomeriggio di consuntivi.

Suo Werther

 

 

An
Frl. Dorothea Kasner p.A. Firma Elektropunkt Lindenweg 11
Leipzig (DDR)

Milano, martedì 20 settembre 1977

Buongiorno Dorothea,

La segretaria è uscita prima per andare alla posta centrale, mio padre è fuori per visitare dei clienti e io sono rimasto solo in ufficio, così ne approfitto per scriverLe.

Come da telefonata intercorsa nella mattinata è tutto il giorno che mi danno con la fattura 32/77 relativa ai dissipatori della serie Neo 27 inviatiVi ai primi di agosto u.s. e non ancora saldata. Per questo ho chiamato. Ha risposto Lei direttamente e Le ho parlato. Con che dolcezza Lei esordisce dicendo: “Fräulein Kasner am Apparat…”. Mi sembra di aver capito che la fattura di cui sopra sia stata onorata ieri. Chissà se Lei ha compreso quello che Le ho detto. Perché Lei ride sempre quando parlo e inizio a balbettare? In quei momenti la segretaria malefica mi fissa, mio padre aspetta una risposta, poi c’è la difficoltà di ricordarsi quale caso è retto da una certa preposizione e soprattutto il fatto che Le sto parlando: tutto mi manda in confusione e mi rende insicuro.

Come Le ho scritto nella mia di ieri, 19 settembre, ho passato il pomeriggio u.s. preparando i consuntivi. Tre ore con lo spirito a Lipsia e il corpo qui a Lambrate, con lo sguardo che passava dai registri alla mia calcolatrice gialla. Per non piangere pensando alla mia sorte di ragioniere involontario mi concentravo proprio sulla calcolatrice. Tutto nell’ufficio è grigio: le scrivanie metalliche, le scaffalature, i dorsi dei faldoni, persino le tende che una volta erano bianche, persino la segretaria che è diventata ferrigna dopo vent’anni passati qui dentro. Per mio padre il grigio è simbolo di serietà in un mondo che, come dice lui, è fatto di “pagliacci rossi sempre in corteo”. E in tutto questo grigio c’è, proprio sul mio tavolo, la macchia gialla della calcolatrice. Non so se Lei la conosce là in Germania Est. E’ una Divisumma 18 della Olivetti, ma non è la solita macchina grigia con i tasti quadrati rossi e neri. E’ un oggetto particolare, tutto avvolto da una membrana di gomma gialla. E’ una delle poche cose rimaste dopo la separazione commerciale di mio padre dal suo ex socio. Lui lo considerava imprudente e poco serio, per questo ha sciolto la società precedente. La Divisumma l’aveva comperata proprio l’ex socio, nel 1974. Poi è rimasta qui. Mio padre non la vede di buon occhio. La trova frivola, poco adatta alla serietà del lavoro e vorrebbe cambiarla con una macchina più seria, ma poi vede i listini-prezzo e ci ripensa.

Ecco, posso consuntivamente dire che per me quella calcolatrice gialla in tutto questo grigio è un po’ il simbolo della Sua presenza discreta nella mia giornata.

Adesso la spengo, metto via anche questa velina insieme alle altre che ho deciso di scriverLe e vado a casa. Forse domani

ci risentiamo. Pare ci sia un problema con la spedizione degli isolatori in ceramica. Come da Vostra ultima del 15 u.s. ne avete ricevuti tre spezzati e ce li avete rispediti in attesa di una sostituzione che provvederemo a fare con sollecitudine.

Suo Werther

 

An
Frl. Dorothea Kasner p.A. Firma Elektropunkt Lindenweg 11
Leipzig (DDR)

Milano, mercoledì 21 settembre 1977

Buongiorno Dorothea,

E’ stata una mattinata difficile. Mio padre mi ha insultato pubblicamente giù in laboratorio di fronte alle maestranze perché ho indirizzato un preventivo a un cliente importante, l’ingegner Danilo De Santis, scrivendo sulla busta: “Stimatissimo Ing. Dorothea De Santis”. Non Le sto a dire come sghignazzavano gli operai, soprattutto quelli giovani che non mi sopportano perché a 22 anni guadagno un po’ più di loro.

E’ colpa mia se ormai penso quasi sempre a Lei? Oggi ho dato il Suo nome alla calcolatrice gialla. Devo precisarLe che non sono nuovo a questo genere di cose e da piccolo davo nomi di persone a tutti gli oggetti, ai giocattoli, senza un legame preciso. Questa volta invece un legame c’è. Le ho già scritto che Lei è l’unica macchia di colore della mia giornata, un’immagine gialla e luminosa in un orizzonte spento come quello di Lambrate fuori dalla finestra. Lei non conoscerà Lambrate. Trattasi di una zona periferica e industriale di Milano, dove noi abitiamo anche. La Divisumma mi fa pensare a Lei anche perché è una macchina dolce. La segretaria ferrigna ha sul suo tavolo una calcolatrice vecchia almeno quanto la sua anzianità di servizio. Quando preme i tasti sono colpi di fucile, quando la macchina stampa sembra stia crollando un ponte di ferro. Ecco la segretaria è meccanica, rumorosa, ripetitiva, vecchia e arrugginita negli ingranaggi, come la sua calcolatrice preistorica. Mentre Lei è elettrica, moderna, sofisticata e sorprendente come la mia calcolatrice.

Quando premo i tasti sulla Divisumma non sento quasi rumore e quando stampo la liste dei numeri di qualche preventivo che non rappresenta vincolo contrattuale ma è un semplice documento informativo da sotto la membrana gialla si leva un ronzio sommesso, come se lo spirito che immagino sia prigioniero tra i circuiti emettesse un sospiro imbarazzato perché costretto a produrre cifre e non parole d’amore. Un po’ come il mio spirito. C’è la stessa differenza tra la Sua voce al telefono, che rende soffici anche i suoni più duri della Sua lingua, e la voce della segretaria, con tutte le sue lettere blese che sembra Gatto Silvestro. Se Dante l’avesse mai sentita parlare avrebbe detto che l’Italia è il bel Paese dove il sì sibila.

Si fa Dante alle medie nella DDR? Vedeva anche Lei i cartoni di Gatto Silvestro in tv o solo produzioni sovietiche?

Suo Werther

 

An
Frl. Dorothea Kasner p.A. Firma Elektropunkt Lindenweg 11
Leipzig (DDR)

Milano, giovedì 22 settembre 1977

E’ giovedì, cara Dorothea.

Di solito sarei stato felice perché oltre metà della settimana era passata. Invece da quando La sento al telefono quasi quotidianamente penso al contrario e sapere che la settimana sta finendo mi intristisce. Ho detto quasi quotidianamente e infatti ieri non Le ho telefonato. Avrei dovuto chiamare per gli isolatori arrivati rotti e invece la scenata di mio padre di ieri mattina ci ha fatto cambiare i programmi.

Così oggi ci dovremo dedicare agli isolatori rotti. Nel pomeriggio La chiamerò al telefono per poter affrontare la questione e trovare in tempi brevi una soluzione soddisfacente per entrambe le parti. Unico problema. Non so come si dice isolatori in tedesco. In ufficio abbiamo un vocabolario scolastico degli anni Quaranta dove da isolamento si passa direttamente a ispettore. Non oso dire a mio padre che non so come si dice isolatori. Inizierebbe a gridare e a recriminare su come mi abbia fatto studiare senza che io abbia appreso nulla. E io dovrei ringraziarlo per questo, per avermi iscritto a forza a ragioneria in un istituto privato gestito da preti. Perché di fare il liceo e poi l‘università non se ne parlava nemmeno, per di più, come diceva sempre, “nelle scuole di oggi dove non si impara nulla e ci sono solo pericolosi comunisti…”.

La pregherei di notare che non sono io a parlare male dei comunisti, è mio padre che lo fa sempre. Ne parla male, però quando deve far soldi non bada al resto e commercia anche con la DDR. Io ho sempre creduto a mio padre quando parlava male dei comunisti, ma da quando La conosco sto cambiando idea. Come può un comunista avere quella dolcezza nella voce che ha Lei quando mi dice che le merci sono ferme al Brennero per una ispezione doganale di cui si ignorano i tempi? Perché Lei sarà di sicuro comunista visto che risiede nella DDR. Questo potrebbe essere un problema nell’eventualità di un approfondimento del rapporto tra le notre persone che potrebbe condurre al matrimonio. Come potrò superare l’ostilità politica di mio padre?

Già mi sembra sospetti qualcosa, quando sto convertendo i costi dei nostri isolatori in marchi sento i suoi occhi che mi fissano. Come se si fosse accorto che nella Divisumma io ormai vedo la Sua persona, che in realtà non conosco ma che immagino agevolmente, ricostruendola sulla scorta della Sua voce telefonica. Quando inserisco le cifre, sembra che io ripeta a fior di labbra gli importi e invece sussurro sempre “Dorothea, Dorothea…”. Chiunque potrebbe prendermi per pazzo sapendo che esprimo il mio amore attraverso una macchina. Ma io sono convinto che un giorno tutti si conosceranno e si innamoreranno attraverso le macchine. Saranno macchine moderne e colorate come la mia calcolatrice, ma avranno anche uno schermo televisivo così potremo guardarci negli occhi mentre ci accordiamo sui pagamenti a 60 gg. data fattura e sarà più facile innamorarci perché l’amore è uno spiritello che passa attraverso gli occhi. Almeno mi sembra che dicesse così qualche poeta del Dolce Stil Novo. Non ricordo quale. A ragioneria letteratura italiana era una materia fatta rapidamente e male. E poi i preti non parlavano volentieri dell’amore.

Lei ricorda cosa studiava in Germania Est al posto del Dolce Stil Novo?

Suo Werther

 

 

An
Frl. Dorothea Kasner p.A. Firma Elektropunkt Lindenweg 11
Leipzig (DDR)

Milano, venerdì 23 settembre 1977

Dorothea,

Continuo a dire a mio padre che non si prende la linea telefonica con Lipsia. In realtà fingo perché ho sempre il problema del termine isolatori che non riesco a tradurre. Oggi si è infuriato anche perché ha deciso ieri sera di venire su nella Repubblica Democratica Tedesca per incontrare qualunque responsabile del commercio con l’estero. Dice che le spedizioni diventano sempre più complesse. Credo che mio padre abbia un’idea particolare del mondo. Però è fuori ufficio da stamattina per cercare informazioni, chiedere visti e cose del genere.

Allora sono uscito anche io, richiedendo alla segretaria un permesso retribuito di ore 3. L’ho decurtato dalle 20 ore di permesso che mi spettano. Poche, Lei penserà, ma è perché la mia anzianità di servizio è molto limitata. Sono andato in centro in una libreria e ho chiesto al commesso, vergognandomi un po’, se esistevano delle poesie tedesche equivalenti al Dolce Stil Novo. Mi ha dato un tascabile sui poeti del Minnesang. Con testo a fronte, ma non ci capisco molto. Sia perché i preti dell’istituto di ragioneria mi hanno insegnato un tedesco molto blando. Sia perché non credo che nella DDR parliate ancora come quei poeti. Però lo sto leggendo lo stesso, soprattutto l’introduzione. Tanto mio padre è ancora fuori e la vecchia è tornata a casa per il pranzo.

Le preciso che alcune cose mi hanno colpito molto. Per esempio il fatto che le poesie sono giunte a noi grazie a dei manoscritti in copia unica, pagati da famiglie ricche come i Manesse di Zurigo che promossero la Grosse Heidelberger Liederhandschrift e che erano un po’ come mio padre, cui i soldi non mancano. Lui finanzia inconsapevolmente queste lettere poiché compra la velina su cui le scrivo e la cartelletta in cui le nascondo. E poi ho letto che a scrivere quelle poesie erano un po’ tutti, anche burgravi, che non assolutamente chi fossero, ma mi sa che saranno stati dei commercianti, e allora anche io potrei fare in tempo a diventare poeta, in quanto sono attivo nel ramo commercio e industria. In fondo già sono un po’ poeta perché premendo i tasti morbidi della Divisumma idealizzo la Sua persona e la rappresento come calcolatrice di gomma, esattamente come quei cantori idealizzavano la donna e trasfiguravano gli amanti in falchi… Mi attenda un attimo, squilla il telefono.

Era mio padre. Ha detto di chiamare subito Lipsia perché le linee funzionano. E’ stato al consolato della Germania Orien- tale e da lì chiamavano Lipsia come se stessero chiamando Cinisello Balsamo. Ho deciso: chiamo e sparo un Isolatoren. Ma lo faccio solo perché ho una certa urgenza di sentire la Sua voce.

Ho chiamato. Non so se sono deluso o felice. Lei non era presente al suo posto di lavoro. Ha risposto una signora anziana che parla italiano e che, mi ha raccontato, viene una volta alla settimana a sbrigare la corrispondenza commerciale con l’Italia ma ultimamente era stata casa in malattia. La signora si chiama Angela, pronunciato con la g di ghiro, e mi ha detto che oggi Lei non c’era, ma non sapeva perché. Forse, ha spiegato, avevi un esame. Mi ha riempito di notizie: adesso so che Lei ha 23 anni e studi fisica all’università di Lipsia e lavora alla Elektropunkt come segretaria per pagarsi la camera in cui Lei vive perché la tua famiglia vive in un posto chiamato, mi sembra di aver capito, Templin. Mi ha anche detto che Lei è attiva in politica nella FDJ, una cosa di giovani comunisti del tuo Paese. E, cosa più importante, ha aggiunto che anche Lei risponde al nome di Angela, sempre con la g di ghiro, ma che sul lavoro si rivolgono a Lei con il secondo, Dorothea, per non confonderLa con la segretaria più anziana. Ah, abbiamo anche parlato degli isolatori rotti e ho scoperto che isolatori si dice Isolatoren.

A volte credo che avrei potuto imparare la tua lingua solo leggendo le strisce delle Sturmtruppen sul Corriere dei Ragazzi cui sono abbonato.

Suo
Werther (disperato perché per i due giorni p.v. non potrò sen- tirLa)

 

An
Frl. Dorothea Kasner p.A. Firma Elektropunkt Lindenweg 11
Leipzig (DDR)

Milano, lunedì 26 settembre 1977

Dorothea,

che disastro. Ho passato due giorni d’inferno.

Prima di tutto, venerdì mattina vicino alla libreria in centro ho visto un volantino ciclostilato dove annunciavano un concerto degli Stormy Six nella sede della FGCI a Nova Milanese. Così venerdì sera ho convinto il mio amico Giorgio, che non Le ho ancora introdotto, ma che sono sicuro troverà di Suo gradimento, a portarmi là con la sua Diane. Lei non saprà cos’è la FGCI, mi permetto di spiegarGlielo: è una cosa di giovani comunisti qui da noi. A me gli Stormy Six non piacciono, perché preferisco la musica romantica italiana. Ci sono voluto andare solo perché così mi sarei sentito più vicino a Lei e magari lì avrei trovato delle informazioni sul tuo Paese e sul Suo gruppo politico e magari c’erano anche le foto e chissà, forse anche la Sua in una parata o in una manifestazione. Invece niente. Solo gente che fumava e il concerto che non iniziava, allora ho dovuto convincere Giorgio a riportarmi a casa perché ormai si erano fatte le ore 23.
Avevo detto ai miei che andavo al cinema dell’oratorio. Siamo arrivati tardi perché Giorgio ha sbagliato strada da Nova Milanese a Lambrate. Inoltre avevo il maglione che puzzava di fumo e mi ero dimenticato che nella tasca posteriore dei pantaloni avevo messo un volantino in cui si parlava di “Modelli di social-democrazia compiuta nella Repubblica Democratica Tedesca – Assemblea Pubblica in onore del 7 ottobre, festa nazionale della RDT” e spuntava proprio la parte con la falce e il martello. Mio padre mi stava aspettando in piedi e mi ha insultato ad alta voce, svegliando anche i vicini, mentre mia mamma in vestaglia piangeva perché credeva avessi una doppia vita. Sono riuscito a fatica a convincerlo che dopo il film ero rimasto a parlare con il nostro parroco Don Federico, grande fumatore, e che il volantino l’avevo trovato nella cassetta della posta ed era mia intenzione buttarlo per non contribuire alla diffusione di certa propaganda.

L’altro guaio è successo ieri 25 settembre, ossia domenica. Venerdì, approfittando del fatto che ero da solo in ufficio, mi ero portato a casa la Divisumma. Non so speigarLe i motivi del mio gesto… Erano le 18, stavo spegnendo le luci, come da istruzioni riportate nel regolamento aziendale stilato da mio padre e affisso in ufficio e in laboratorio. L’ho vista lì sul mio tavolo. Mi sembrava triste, non me la sentivo di lasciarla sola e al buio per due giorni. Così l’ho presa e, una volta a casa, l’ho nascosta sotto il letto.
Sabato pomeriggio, quando i miei non c’erano, l’ho tirata fuori e ho iniziato a passare le dita sulla membrana di gomma. Era così morbida al tatto, naturalmente ho pensato che anche la Sua pelle deve essere ugualmente soffice e piacevole da toccare. La sfioravo e pensavo che non mi importa se Lei è comunista, perché la Sua bellezza esteriore La salverà. E anche in questo Lei si avvicina alla calcolatrice che dentro è fatta di fili e metallo.

Non l’ho mai vista dentro, ma so che deve essere per forza fatta di fili e metallo. Fuori comunque è bellissima, morbida, sensuale e quando la tocco è come toccare una donna, cioè toccare Lei. Mi scusi se Le sembro un po’ audace, non sono solitamente abituato a esprimermi in questi termini.

Ho passato il sabato pomeriggio a fare conti. Sul volantino che ho preso ieri sera a Nova Milanese c’era scritto che venerdì 7 ottobre p.v. sarà festività nazionale nel Suo Paese. Questo vuol dire che non Lei non si recherà al lavoro e per tre giorni non avremo la possibilità di far intercorrere telefonate tra noi. So che a Lei tutto ciò non interessa (per ora; ho la certezza che Lei cambierà idea quando avrò fatto tradurre le mie lettere e Gliele avrò spedite), ma per me sarà un dramma.

Allora ho iniziato a fare dei conti con la Divisumma: calcolavo le ore che sarebbero passate dalle 17 di giovedì, momento in cui avrei avuto l’ultima possibilità di contattarLa telefonicamente magari con una scusa, alle 9 del lunedì successivo e questo produceva un totale di 88 ore. Ottantotto come i tasti del pianoforte che avrei voluto imparare a suonare, ma mio padre non lo trovava utile. Poi ho diviso 88 per 2 ed è venuto fuori 44 (che è un conto facile da fare, ma è talmente bello sfiorare i tasti di gomma della calcolatrice che la usere per fare anche 1+1. E nel nostro caso 1+1 dovrebbe fare sempre 1!). Calcolato che 44 ore sono quasi due giorni, risultava dal mio computo che alle 13 di sabato prossimo avrei raggiunto il do centrale di questa suc- cessione di note solitarie. Esattamente quando mi sarei messo a tavola con i miei per pranzare di fronte a “Oggi le comiche”, il falco sarebbe volato nel punto più alto. Ossia io avrei raggiunto il picco della mia sofferenza da distacco. Perché Le sarà noto che il falco che vola via da chi lo ha addestrato è il simbolo della lontananza degli amanti presso i poeti del Minnesang. Dalla qua- rantaquattresima ora in poi sarebbe iniziata la discesa del falco, sarei tornato a riavvicinarmi a Lei, con un conto alla rovescia lentissimo. -44… -43… -42… -41… Vedevo la mia vita accelerata che scendeva in picchiata verso la telefonata che sarebbe intercorsa tra noi alle ore 9 del lunedì successivo, sfiorando nella discesa il pomeriggio ad annoiarmi, la cena, il film al cinema dell’oratorio (ma davvero questa volta), la messa della domenica mattina con don Federico, la visita alla nonna, Novantesimo Minuto, la noia della domenica sera.

Scrivevo con la calcolatrice le ore alla rovescia: -44, -43, – 42… e infine battevo tante volte il tasto 0 e intanto gridavo anche: “Zeroooo!”. Poi mi sono stancato di questo gioco e ho ini- ziato a calcolare oltre le ore anche i minuti (x60) e poi i secondi (x3600) che mi avrebbero tenuto lontano da Lei (risp. 5280 minuti primi o 316.800 minuti secondi). Ho rifatto il conto almeno cinque volte, poi ho avuto un’altra idea. Ho iniziato a scrivere sulla Divisumma questi numeri: 4 15 18 15 20 8 5 1. Li scrivevo in sequenza: 4 15 18 15 20 8 5 1, 4 15 18 15 20 8 5 1, 4 15 18 15 20 8 5 1… Lei non sa cosa possono essere? Sono i numeri delle lettere che compongono il Suo nome: 4=D, 15=O, 18=R e così via, come nelle Parole Crociate Crittografate che faccio da mia nonna alla domenica pomeriggio. Era un po’ come compilare un assegno alla rovescia: invece di scrivere in lettere l’importo da riconoscere al portatore scrivevo in cifre il Suo nome.
Sono andato avanti senza accorgermi del tempo che passava, scrivendo sulla Divisumma i numeri che compongono il Suo nome e ormai il nastro di carta era diventato lunghissimo, era sceso dal piano della mia scrivania e aveva formato un groviglio sul pavimento. A un certo punto ho sentito la voce di mio padre che diceva: “Mario! Cosa stai facendo!”.

Non so per cosa mio padre si sia infuriato di più. Se perché ho portato la Divisumma a casa, rischiando di farla fondere con i miei calcoli folli. O perché ho consumato un intero rotolo di carta, che poi è una carta speciale, bellissima, con il retro argentato e quando la vedo uscire nella penombra dell’ufficio grigio mi sembra uno di quei fili che si mettono sull’albero di Natale (il comunismo Le permette di festeggiare il Santo Natale?). O perché ho consumato energia elettrica e lui è alquanto tirchio tanto che in ufficio non permette di accendere le luci se non dopo le 17, come da regolamento aziendale esposto. So solo che questa cosa della calcolatrice unita alla mia scappatella della sera prima mi sono costate rimproveri per almeno 4 ore. Naturalmente dopo cena non sono potuto uscire per andare a vedere il film di Terence Hill e Bud Spencer al cinema dell’oratorio e ieri, domenica, mio padre mi ha portato in ufficio per rimettere a posto la Divisumma e aiutarlo a spostare dei colli pesantissimi con almeno duecento isolatori (nota per il traduttore di queste lettere: si dice Isolatoren) perché “del magazziniere non c’è da fi- darsi, li spinge male e ci credo che poi arrivano su in Germania rotti”. Adesso sono le 13. Ho provato a contattarLa telefonicamente due volte questa mattina e Lei non c’era. Riproverò successivamente.

Suo Werther.

 

An
Frl. Dorothea Kasner p.A. Firma Elektropunkt Lindenweg 11
Leipzig (DDR)

Milano, martedì 27 settembre 1977

Dorothea,

che succede? Ieri non Lei non era presente al lavoro. Oggi nemmeno. Risponde sempre la voce di un uomo che dice: “Fräulein Kasner ist nicht da.” Dove si troverà? Ha forse altri esami all’università? O si è per caso recata a qualche Assemblea Pubblica del Suo gruppo di giovani comunisti? O per caso è in cattive condizioni di salute (spero proprio di no)?

La inviterei a contattarmi con cortese sollecitudine se Lei potesse leggere queste lettere che mi pregio scriverLe, senza sapere se avrò mai il coraggio di inviarglieLe.

Suo Werther

 

 

An
Frl. Dorothea Kasner p.A. Firma Elektropunkt Lindenweg 11
Leipzig (DDR), giovedì 29 settembre 1977

Dorothea,

ieri non Le ho scritto né ho cercato di contattarla telefonicamente, pur soffrendone enormemente. Non ho nemmeno toccato una sola volta la Divisumma per non correre poi al telefono e chiamare la Sua azienda dove ormai mi prenderanno per pazzo, visto che martedì 27 settembre u.s. ho chiamato sei volte e poi chiedevo sempre al signore che rispondeva: “Sono arrivati gli isolatori?”. Chiederlo a scadenza di mezz’ora può destare qualche sospetto, lo so. Faccio un’ultima prova adesso…

Fatto. Ho chiamato la Elektropunkt, ma ha risposto la solita voce di uomo e allora ho chiuso. Cosa posso fare? Quanto tempo ci vorrà per venire con la Diane di Giorgio a Lipsia? E un auto così malmessa può fare un viaggio così lungo? E se alla frontiera ci scambiano per spie dell’Occidente e i comunisti ci portano in Siberia? Lei potrebbe intervenire con il Suo gruppo giovanile politico a salvarci? Almeno me, Giorgio può lasciarlo lì che un po’ di Siberia gli fa solo bene.

Suo preoccupatissimo Werther

 

 

An
Frl. Dorothea Kasner p.A. Firma Elektropunkt Lindenweg 11
Leipzig (DDR)

Milano, venerdì 30 settembre 1977

Gentile signora Dorothea,

la presente è l’ultima lettera che Le scrivo e poi le butterò via tutte, cartelletta compresa, perché tanto…

Che oggi il destino mi stesse per giocare un brutto tiro avrei dovuto capirlo sino dalle ore 9.15 quando, seppur malvolentieri, ho acceso la Divisumma per completare un consuntivo. Si accendeva, partiva il ronzio, poi si fermava. Non so come mai. Spegnevo e riaccendevo. Ronzio e stop. Allora spegnevo e riaccendevo sempre più velocemente fino a che non ho sentito un bang e subito dopo odore di gomma bruciata. La Divisumma mi aveva detto addio. Il problema era: come avrei potuto dirlo a mio padre? Ho cercato di cancellare la bruciatura sulla gomma gialla con un tagliacarte ma ho solo peggiorato la situazione, bucando la membrana.

Ho nascosto la calcolatice in un cassetto e ho composto il numero della Elektropunkt. Ha risposto la Sua omonima anziana. Le ho domandato, cercando di dissimulare l’ansia, dove Lei fosse finita.

Mi ha detto: “Ah! Una buona notizia! La signorina Angela Dorothea Kasner ha lasciato il posto temporaneo di segretaria perché venerdì scorso si è sposata con il signor Ulrich Merkel!”.

In quel momento io non sono riuscito a dire più niente: Angela (quella anziana) al telefono ripeteva “Pronto, pronto? Mi sente?”. Mio padre entrando in ufficio gridava: “Cos’è questo odore di gomma bruciata?”. Io ho richiuso il telefono e non mi importava più di nulla. Werther era morto e anche la signorina Dorothea non c’era più. Ora c’era la signora Angela Kasner in Merkel.

Le auguro tanta felicità con Suo marito e molto successo nel lavoro e anche nella carriera politica.

La saluto distintamente Suo
Werther,

anzi no, Mario.

 

ENDE anzi no, Fine.

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