70-80,  Music

1978. I Rockets atterrano in Italia! Fabrice Quagliotti racconta la mitica band e una sua novità in esclusiva

Atterrano i Rockets! Fabrice Pascal Quagliotti (1961), membro storico del gruppo, racconta la band francese che tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 ha conquistato il pubblico con le sue sonorità originali e i concerti spettacolari.

Rockets

The Rockets e il look spaziale

(A.F.) – Fabrice, tu sei l’unico componente rimasto del gruppo storico che, ricordiamo, era formato da te alle tastiere e Christian Le Bartz (1951, voce) Alain Groetzinger (1955, batteria), Gérard L’Her (1952, basso e voce), Alain Maratrat (1956, chitarra). Si può dire poi ci fosse un sesto elemento del gruppo, il vostro produttore Claude Lemoine (1944). In realtà tu sei arrivato dopo che il primo album The Rockets era già uscito, inserendoti in una band che era già caratterizzata dal suo look spaziale. Chi ebbe l’idea iniziale? i musicisti o il produttore? 

(Fabrice Quagliotti) – Il produttore. Claude era un amante delle capigliature strane! Aveva creato già un gruppo prima, nel 1974. Si chiamavano Papoose ed avevano delle parrucche fucsia, gialle, ricce, un po’ afro. Loro si esibivano con le facce tutte nere. Dalle capigliature ricce dei Papoose è passato poi all’opposto, visto che noi eravamo tutti rasati. Era un visionario.

L’originalità dei travestimenti

(A.F.)- Era un po’ nell’aria la passione del travestimento in quegli anni?
(F.Q.) – Non proprio.. l’unico artista che allora aveva i travestimenti giusti era David Bowie (David Robert Jones, 1947-2016).

Il backround dei Rockets

(A.F.)-  Il vostro genere è stato definito space rock per le sonorità elaborate elettronicamente ma anche per i testi che parlavano di futuro, di nuovi mondi da scoprire… Qual è il background che è confluito in questo stile così originale?  Dal punto di vista musicale, ma anche culturale. Ci chiediamo per esempio se ci fosse una passione letteraria, cinematografica o scientifica alle spalle.

(F.Q.) – A livello musicale c’erano cinque teste e cinque percorsi musicali diversi, anche se eravamo veramente giovani. Io quando sono entrato a far parte del gruppo avevo 19 anni. Il mio background era tutto Genesis, Rolling Stones e David Bowie. Mi piaceva la prog, il rock. Alla base il gruppo, che prima di chiamarsi Rockets si chiamava Crystal, era un gruppo rock blues e basta.

Rockets

La passione per gli extra-terrestri…

In comune loro avevano la passione per gli extraterrestri. Io non l’avevo quando sono entrato nel gruppo, poi mi è venuta, col tempo. Ma loro erano proprio appassionati. In ogni caso l’idea del look spaziale viene da Claude, per il quale ogni dettaglio aveva un senso. Per esempio il fatto di essere rasati partiva da un’idea di asetticità. 

…e per gli effetti sonori

Musicalmente da un genere che era molto grezzo, rock blues, sono stati inseriti i primi sintetizzatori, l’arp, il mini moog ecc. e delle scatolette magiche che erano le talk box. Era una scatola che era collegata con un tubo attaccata al microfono e con la voce andavi a modulare quello che suonavi con la chitarra. È quello che è stato utilizzato in Space rock e Future woman, ecc.  Poi è arrivato il vocoder.

Space Rock

Ci hanno definito “space rock”. Io odio le definizioni del genere musicale fatte dalla stampa. La nostra musica è impossibile da catalogare, non è né rock né electro… è un genere Rockets, punto. Il fatto di chiamarci “space rock” penso che fosse dovuto più che altro alla nostra immagine spaziale.

Rockets

Il make up

(A.F.) –  Parliamo del vostro trucco e parrucco, se così si può dire visto che eravate rasati, e degli elaborati abiti di scena… quanto era complesso preparare il vostro look per i concerti? 

(F.Q.) – Ci volevano 5 minuti per truccarci  e una ventina per struccarci! Era una crema maledetta che non andava mai via… tre mesi dopo i concerti ti ritrovavi ancora l’argento dietro le orecchie!

… e il buzz

(A.F.) –  Poi sappiamo per esempio che circolava la leggenda metropolitana che le vernici usate per truccavi fossero tossiche…

(F.Q.) – Sì certo, è il buzz… come sempre quando le cose diventano celebri comincia a circolare di tutto! Era un trucco come gli altri, ma più grasso e lucido, fatto ad hoc per noi.

Il vocoder per modificare la musica…

(A.F.)- Torniamo alla musica… nel 1978 arriva On the road again, una rivisitazione di un brano blues dei Canned Heat, che quell’anno diventa un tormentone, e arrivi anche tu! Appare anche l’uso del vocoder. Che è differente da quello che ci dicevi prima…

(F.Q.) – Completamente diverso. Il vocoder lo utilizzavano già i Kraftwerk in monofonico, cioè una nota alla volta, quello che avevamo noi, un Sennheiser, era una bestia pazzesca e ci potevi fare gli accordi, la musica. Il vocoder filtra tutto quello che passa nel microfono e ne modifica completamente il suono. Invece di cantare suoni con la tastiera.

…e per criptare i messaggi!

Ma il vocoder era stato utilizzato già negli anni 40… non lo sa nessuno! È stato utilizzato dagli inglesi per mandare messaggi cifrati in modo tale che i tedeschi non li capissero. Non era una cosa nuova, l’abbiamo reso nuovo noi, utilizzandolo nella musica. Siamo stati i primi ad utilizzarlo suonando delle melodie.

I Rockets atterrano in Italia

(A.F.) – Nel 1978 arriva anche l’Italia. Maurizio Cannici vi scopre a Cannes già nel 1976, poi vi porta in Italia e vi fa diventare delle vere star, dalla fama pari a quella delle star internazionali. Cosa pensi abbia portato proprio il pubblico italiano ad amarvi subito così? È stata solo una promozione azzeccata o c’era qualcosa di diverso?

(F.Q.) – Sicuramente nel panorama italiano in quel periodo c’era poco di innovativo, a parte alcune band progressive tipo Area, Banco del mutuo soccorso, non c’era molto. Siamo arrivati tra l’altro in un periodo politico molto particolare e abbiamo shockato il pubblico che ci ha adottato subito. Ci ha adottato non solo per la musica in sé, ma anche per i concerti, che erano molto d’impatto.

Un successo di squadra…

Poi la CGD ci ha lavorato bene, Maurizio Salvadori che era il nostro manager ha investito parecchio. Come tutte le cose sono lavori di squadra, non è che l’artista fa successo da solo, c’è sempre dietro gente che crede, che spinge, che fa. Poi il pubblico italiano era pronto ad accogliere una band come la nostra. In Francia meno, la Francia era ancora indietro. 

…e internazionale

(A.F.) – Avete comunque poi avuto successo anche in altre nazioni europee…

(F.Q.) – Sì, in Russia soprattutto, in Spagna qualcosa, Germania, Svizzera. È stato soprattutto in Italia, dove abbiamo fatto più di 400 concerti

Gli amici italiani…

(A.F.) – In quegli anni avete instaurato dei contatti con il mondo musicale italiano? 

(F.Q.) – All’epoca avevo fatto amicizia con Red Canzian (Bruno Canzian, 1951). I Pooh venivano spesso a vederci in concerto!  Anche con Miguel Bosé (1956) avevo un rapporto di amicizia, ma più che altro avevo grossi contatti con musicisti esteri, inglesi soprattutto.

…e i nemici inglesi

(A.F.) – In Inghilterra però non siete riusciti a sfondare…

(F.Q.) – In Inghilterra no, lì il problema era soprattutto linguistico, perché all’epoca lì avevano successo solo gli inglesi o chi parlava l’inglese come un madrelingua. È una cosa che mi è molto dispiaciuta.

I Rockets sempre più  galattici…

(A.F.) –  Gli album Plastreroid (1979), che vende oltre un milione di copie e Galactica (1980), che vince il Telegatto come miglior gruppo straniero, vi consacrano definitivamente. Le vostre esibizioni in quel periodo diventano sempre più spettacolari. 

(F.Q.) – Siamo riusciti a ricreare la nostra visione dello spazio sul palco. Avevamo queste due mega astronavi che racchiudevano da una parte la batteria e dall’altra le tastiere. Come due uova enormi stile Alien che si aprivano e poi si richiudevano a fine concerto. Chi veniva a vederci era davvero trasportato in un altro mondo.

Rockets

…e esplosivi!

(A.F.) – Laser, effetti pirotecnici, bazooka, lanciafiamme… È vero che a volte succedeva che qualcuno nel pubblico si ferisse?

(F.Q.) – Qualche bruciatura sì, c’è stata che ha lasciato il segno. Noi avevamo queste bombe che facevamo scoppiare sui pezzi strumentali per enfatizzarne i passaggi e durante un concerto al Palasport di Rimini un paio di ragazzi si erano posizionati a un metro da queste bombe. Un tecnico li ha visti è corso verso di loro ma non ha fatto in tempo a farli spostare e uno si è ustionato in viso. Ci siamo ritrovati tutti nel carcere a Riccione perché il caso volle che il ferito fosse figlio di un giudice… Siamo usciti dopo due o tre ore e si è risolta così.

Il laser ustore

Poi è successo anche in Francia che, per colpa del laser, per poco non va a fuoco il locale. Avevamo lasciato il raggio laser fissato in un punto, il tecnico è andato a mangiare, finché abbiamo sentito puzza di bruciato e scoperto che il laser era puntato su una trave di legno. Ma siamo arrivati in tempo a spegnerlo. La cosa bella del laser poi è che all’epoca fumavamo tutti ed era il nostro accendino di lusso!

L’evoluzione dei Rockets

(A.F.) – Poi gli anni 80 portano ventate nuove da oltre confine, la new wave, il punk e vi viene chiesto di cambiare stile… I Rockets a un certo punto perdono anche i loro costumi. Apparite in pubblico travestiti anche da cowboy, dottori, motociclisti… Cosa ricordi di quel periodo?

(F.Q.) – C’era stato un po’ di malumore in quanto nel gruppo alcuni volevano cambiare, modificarsi, evolvere, tra cui il sottoscritto. Io non è che volevo cambiare completamente il genere, volevo piuttosto rinfrescarlo e più che altro rinnovare l’immagine. I nostri costumi erano belli e di impatto, però poi diventa un po’ una prigione e appena esci da quegli schemi, il pubblico comincia a dire “non sono più i Rockets perché non hanno più le punte sulle spalle” cose così… Io avevo intuito che la cosa andava rivista.

Rockets Fabrice Quagliotti

Space cowboy

Per me l’immagine più geniale è quella del cowboy rasato e argentato, come Yul Brinner (1920-1985), che fece un film, Il mondo dei robot, in cui interpretava un cowboy che alla fine era un robot. Sia il cowboy che il motociclista mi piacevano. Io vedevo i Rockets prendere varie forme umane, ma sempre rasati e argentati. Il look dei robottini che andava benissimo all’inizio non poteva essere trascinato ancora a lungo. Non cercavamo di seguire nuovi stili, che non sarebbero stati più il nostro, ma l’evoluzione era indispensabile. 

I limiti del travestimento

(A.F.) – L’essere diventati dei simboli, dei miti, ha fatto sì che siete stati citati in film e spettacoli. Ricordiamo nel 1996 l’esibizione di Elio e le Storie Tese a Sanremo travestiti da Rockets. Questo assurgere a una sorta di mitizzazione può essere esaltante, ma ti inchioda un po’ forse anche, diventa più difficile evolvere…

(F.Q.) – Certo, l’immagine ti imprigiona. Tra tutti i gruppi che hanno avuto una carriera lunga  non ce n’è uno che abbia mantenuto un look particolare… Solo i Kiss, che infatti a un certo punto hanno cercato di esibirsi senza il trucco, ma non ha funzionato. È una cosa che trovo ridicola perché se ami la musica di un gruppo che sia truccato o meno non dovrebbe cambiare. Io la musica la ascolto…

Fabrice Quagliotti Rockets

Fabrice Pascal Quagliotti oggi

(A.F.) – E che musica ascolti tu, Fabrice?
(F.Q.) – Di tutto. Amo la musica classica, il rock, il pop, il prog, il trap quello fatto bene. Tutto quello che è fatto bene mi piace.

(A.F.) – E la musica italiana?
(F.Q.) – Ho ascoltato Sanremo e devo dire che c’erano dei brani molto belli

(A.F.) – Quella francese?
(F.Q.) – La musica francese è molto particolare. Ogni tanto l’ascolto, non impazzisco. Nella dance sono forti, il pop non mi piace.

Gli altri membri della band

(A.F.) –  Tu hai continuato poi negli anni a portare avanti il nome della band con altri musicisti, sei ancora in contatto con gli altri membri della band storica?

(F.Q.) – Sento Groetzinger, con cui siamo amici e spesso ci confrontiamo su alcuni temi musicali e Alain Maratrat, il chitarrista. Gerard l’ultima volta l’avrò sentito 5 anni fa, ma non abita più in  Europa.

(A.F.) –  Continuano a suonare?

(F.Q.) – L’unico è Alain che ha ripreso a far musica a dicembre. Lui ha sempre fatto musica, insegnava musica. Poi ha avuto la sua crisi, ma adesso forse avrò occasione di fare un brano con lui, che è davvero molto bravo. Sto preparando questo mio album da solista e se faremo in tempo ci inserirò questo brano insieme. Se no lo farò nel prossimo…

Parallel Worlds

(A.F.) –  Dicci qualcosa del tuo album da solista Parallel Worlds.

(F.Q.) – Erano anni che volevo fare qualcosa da solista. Poi, dopo Wonderland, ho deciso che era il momento giusto. La pandemia mi ha aiutato a lavorare, concentrato 15 ore al giorno. Sono 14 brani, tutti concepiti come ipotetiche colonne sonore da film. Ho lavorato con il mio ingegnere Michele Violante e con il mio discografico Roy Tarrant. Il risultato è sorprendente, sonorità pazzesche.

Il nuovo album solista in preparazione…

Ora sto lavorando al secondo. Non ha ancora un nome, ma ci saranno brani cantati in varie lingue, uno in francese, uno in arabo, uno in inglese… uscita prevista ottobre 2022.

…e una sorpresa in arrivo, in esclusiva!

(A.F.) –  E come Rockets dopo Wonderland, ricordiamo, l’album del 2019 che trattava temi ecologici, avete altre produzioni in programma?

(F.Q.) – Come Rockets continuiamo a fare concerti, ma dischi non più. Wonderland per me è stato l’ultimo album che ha chiuso il ciclo dei Rockets. Poi è uscito un singolo dal titolo Free e in seguito c’è stata l’occasione di una collaborazione con un emergente italiano, il cui nome è per ora top secret, quindi abbiamo fatto questo Rockets featuring, un singolo che uscirà verso maggio cantato in italiano con la musica arrangiata Rockets. È una prima perché non abbiamo mai fatto nulla in italiano.
Ti do il titolo in esclusiva, non lo sa ancora nessuno: Neve al sole.

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