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Tredici funerali

Un romanzo di Fabrizio Cocco

Fatti e personaggi di questo romanzo sono opera della fantasia dell’autore. Qualsiasi rassomiglianza con fatti e persone reali è assolutamente casuale, ma, qualora sentiate di assomigliare a qualcuno dei personaggi, avete tutta la comprensione dell’autore.

Queste sono le parole che ci accolgono nel varcare le mura cittadine di Bustrano, un immaginario paese della bassa, teatro di questa favola, o meglio di questo mito il cui protagonista principale è il Destino. Sembra infatti che ci sia una divinità superiore -che non è cieca, ma al contrario ci vede benissimo- a dare in consegna a Michele il compito di reggere le fila della vita e della morte dei personaggi che mano a mano incontriamo per le strade del villaggio. Ha qualcosa di magico e insieme epico questa storia, che, condensando tutte le passioni in una straordinaria unità di tempo, luogo e spazio, arriva ad uno scioglimento dai risvolti inattesi.

E’ una sorta di contrappasso dantesco a dirigere il gioco delle morti improvvise e “accidentali” di ben 13 abitanti di Bustrano nell’arco della stessa giornata.
Zufolo, il postino piagnone, viene ucciso in un incidente mentre è alla guida del suo motorino, dopo essere stato colpito nell’occhio da un mozzicone di sigaretta lanciato dalla macchina di Michele. Duilio, il vigile che non riesce ad accettare di essere rimpiazzato da un semaforo, verrà travolto mentre annaspa con le mani al vento, il viso coperto da un pallone bucato, calciato dallo stesso Michele. E ancora, troviamo Lucianina e Fulzio che soccombono vittime del loro amplesso mercenario; è sempre Michele la causa scatenante, in questo caso attraverso un colpo dato al muro vicino per uccidere una zanzara, colpo che fa cadere sulla testa dei due amanti una testa di cinghiale imbalsamata. Barnaba, il macellaio balbuziente dal temperamento sanguigno, viene fatto a polpette dal trattore di Catarro, dopo essere stato soffocato dall’urina di Zia Nani che piove dal cielo grazie a un ruzzolone dello stesso Michele; e poi l’usuraia Piernina, Gubbio, il famelico Aringo, Quaresimo, Manolo, Olindo, e il sindaco Tranquillo, tutti falciati da incidenti che hanno come comun denominatore i gesti maldestri e inconsulti dell’ignaro Michele.
Tutti, tranne l’incolpevole zia Nani, tredicesima a passare a miglior vita tra le sue braccia.
Quest’uomo, nella cui famiglia hanno tutti il nome di un ballo e che sembra muoversi a passo di una danza di cui nemmeno lui conosce le movenze, è però anche colui che riesce a far sì che una coppia di omosessuali riesca ad avere il tanto desiderato figlio, che diventi manifesto un amore che fino ad allora non era riuscito a palesarsi, che salva la vita alla Svet, e che riesce finalmente a trovare il suo di destino, a fianco della bella Dendy.

Se Michele impersona il Destino, la Svet è invece una pedina inconsapevole di una vita che si è sempre presa beffe di lei, dandole un corpo che non le appartiene, una figlia di cui non sospetta l’esistenza e una diagnosi che non merita. E’ un transessuale che gestisce il supermercato del paese e questo destino capriccioso riesce per ironia della sorte solo a leggerlo nelle mani altrui.

Michele e la Svet sono i due poli del romanzo: tra la le righe delle loro vite si legge anche il giallo che ruota attorno alla gestione poco pulita dell’orfanotrofio del paese e che alla fine viene risolto grazie all’intervento incrociato  di adulti e bambini.

La narrazione procede attraverso una prosa godibilissima e un crescendo di avvenimenti che è contemporaneamente un cerchio che si chiude attraverso un’andatura sempre più serrata, in cui le parole si rincorrono in modo vorticoso come in un giro di danza. Quella stessa danza che conclude il romanzo: il gran ballo finale in cui tutti i destini si risolvono roteando su se stessi.
Un libro che mi ha letteralmente catturato, regalato innumerevoli sorrisi e anche toccato il cuore.

 

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