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Passaggio a Porto Venere

Risaliva a più di dieci anni fa la mia ultima visita nella zona delle Cinque Terre. Di allora ricordo i sentieri appesi sul blu, l’incredibile cartolina di Vernazza apparire dall’alto, i colori un po’ freddi delle foto scattate con una Fuji non mia, i toni un po’ freddi di una telefonata ricevuta sulla via, il malessere diffuso delle cose che cambiano, il benessere profuso dalle cose che cambiano e uno sguardo castano che sapeva diventare anche verde, a tratti.
Così quando abbiamo deciso che sulla strada per la Toscana sarebbe stato bello fare tappa da qualche parte, guardando la mappa del nostro percorso mi è venuto spontaneo scegliere Porto Venere, che immaginavo respirare di quella stessa terra aspra e salmastra (il toponimo che parla di mare e di cielo ci ha messo poi senz’altro del suo).

Questa volta la macchina fotografica era la mia e anche se sono rimasta senza il mio obiettivo principale, passato chissà perché a miglior vita (c’è chi dice a causa di ferita lacero-contusa provocata dalla mia distrazione – ma sono solo illazioni), dicevo, anche se sono rimasta senza il mio obiettivo principale (dovendo tra l’altro gettare alla pattumiera tutte le foto che avevo fatto con la luce radente al tramonto presso la grotta di Byron e in notturna sul porticciolo), la collezione di scatti realizzati raccontano a sufficienza la bellezza di questo posto sospeso tra la scogliera e il mare, i cui occhi si aprono sull’isola Palmaria, la bocca sul mare grande in disparte e che volta le spalle un po’ a tutto, incurante di quello che accade.
Come i gatti per le sue strade.

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