Gazebo
70-80,  Music

1983. Con I like Chopin Gazebo è consacrato star dell’italo disco. Oggi ci racconta come andò allora e cosa fa ora.

Gazebo (Paul Mazzolini, 1960) è una delle star dell’italo disco degli anni 80 che più hanno rappresentato quel periodo in cui la creatività musicale poteva attraversare i confini e arrivare in vetta alle classifiche internazionali: I like Chopin vendette 8 milioni di copie in tutto il mondo. In questa intervista il cantante racconta i suoi successi più celebri e i suoi progetti attuali.

Le radici multi-culturali di Gazebo

(A.F.) – Partiamo dagli inizi. Tu hai avuto una vita da girovago sin da bambino, tuo papà era un diplomatico e la mamma una cantante americana. Sei nato in Libano, hai vissuto in Giordania, Danimarca e Francia, prima di approdare in Italia. Quanto ha influito questa apertura culturale e linguistica nella tua carriera? Ricordiamo che sei bilingue italo-anglofono, ma anche laureato in letteratura francese…

(Gazebo) – Sì, ogni 3-4 anni cambiavamo paese e a seconda delle scuole mi trovavo a far parte di una cultura diversa. Quando sono arrivato in Danimarca sono stato un anno in una scuola hippy americana. Era in pieno ’68 ed è stato un po’ l’inizio della mia vita musicale perché lì la musica di Bob Dylan e dei Beatles era sempre nell’aria. C’erano gli strumenti in classe e potevi prenderli in qualsiasi momento… se ti annoiavi, uscivi e suonavi. Era una scuola un po’ particolare, che esiste ancora tra l’altro e ha un suo metodo molto free. Per me è stato importante perché è stato il mio primo approccio con la musica. Poi quando avevo 11 anni siamo andati in Francia, a Le Havre, dove non c’erano scuole internazionali e dovetti imparare il francese. Tornati a Roma, mio padre ebbe pietà di me e mi fece finire il liceo in una scuola francese. Dopo il BAC mi sono trovato un po’ naturalmente a proseguire con la letteratura francese. Era anche l’opzione più facile perché mi permetteva di avere molto tempo per suonare. Speravo di poter far musica come mestiere e questo poi è successo.

Un backgroud che affiora nelle canzoni

(A.F.) – Nelle tue canzoni poi tutto questo affiora, questa pluralità di culture e suggestioni…

(G.) – Tutto è mescolato nelle mie canzoni, quello che fa parte del mio background culturale da Masterpiece che parla di Sunset Boulevard, il film di Billy Wilder (1929-1981) a I like Chopin, che tratta la storia d’amore di Georges Sand (1804-1876) e di Chopin (1810-1849). Lì si parla anche di quel periodo francese che ha visto l’impressionismo, il romanticismo nella musica e i poeti maledetti nella letteratura. Poi in altri brani come Telephone Mama ho parlato di temi come la guerra fredda, che all’epoca c’era tra Unione Sovietica e il resto del mondo.

Un chitarrista fallito e un cantante per caso

(A.F.) – Tu nasci artisticamente come musicista, il tuo strumento è la chitarra che hai imparato a suonare da bambino. Quando hai scoperto che sarebbe stata invece la tua voce a darti il successo?

(G.) – È successo con una grande frustrazione da parte mia perché io volevo fare il chitarrista. Il mio sogno era di essere il chitarrista di una rock band, però puntualmente ogni volta che ne mettevo su una o mi presentavo come chitarrista, mi chiedevano se volevo fare il cantante, il frontman. Se questo per molti altri poteva essere un punto d’onore per me era solo frustrante perché non era quello che volevo fare. Mi definisco sempre “un chitarrista fallito e un cantante per caso”.

Gazebo

Gazebo… uno pseudonimo per caso

(A.F.) – Parliamo degli esordi della tua carriera, siamo nel 1982 quando incontri il produttore romano Pierluigi Giombini (1956) e quando nasce la canzone Masterpiece. Lo pseudonimo Gazebo nasce allora? O lo utilizzavi già prima? E soprattutto, dicci come nasce, da cosa deriva?

(G.) – Il nome Gazebo nasce proprio perché nella versione extended di Masterpiece c’è una parte parlata, che poi non è stata inclusa nel singolo, in cui si dice “eccomi qua, appoggiato a un gazebo e mi sembra di vedere nella nebbia l’ombra di Valentino”. Quando il disco fu pronto per uscire si presentò il problema del mio nome. A quei tempi in Italia c’era molto provincialismo e un prodotto italiano cantato in inglese avrebbe fatto torcere il naso a moltissimi. I media, le radio, le discoteche non avrebbero apprezzato. C’era la convinzione che un prodotto inglese o americano fosse migliore per definizione. Allora decidemmo di usare un nome d’arte perché Paul Mazzolini suonava troppo italiano. Pensai alla parola gazebo che allora non era molto comune, suonava esotica, non si capiva se fosse inglese o spagnolo… Poi a dire il vero nessuno pensava che il disco sarebbe stato un grande successo e che mi sarei portato dietro questo nome per il resto della mia carriera!

Masterpiece, capolavoro

(A.F.) -Torniamo al brano del tuo esordio, Masterpiece, che è nato in un periodo di grande fermento musicale, quello dei primi anni 80. Ricordiamo che erano gli anni della British invasion, della new wave… e Masterpiece si inserisce musicalmente in modo molto naturale in questa vena. Come è nato questo pezzo che poi resta in vetta alle classifiche di tutta Europa per varie settimane?

(G.) – Masterpiece è nato come brano new wave perché io ero appena tornato da Londra, mi piaceva molto il sound di certi gruppi che usavano strumenti elettronici che stavano uscendo in quel momento, gruppi come Ultravox, come Human League ecc. Io volevo fare una cosa del genere, ma con un tocco italiano, melodico. Giombini aveva scritto una bella strofa, cui mancava un inciso e quando ci siamo incontrati mi è venuto istintivo di dargli l’input per l’inciso. Mentre creavamo la melodia è uscita la parola masterpiece, capolavoro… Il giorno prima ero andato a vedere Sunset Boulevard, Il viale del tramonto, il film di Billy Wilder e avevo ancora questa atmosfera noir dentro e ho pensato “perché non sviluppare un finale diverso di quel film?”. Il film finisce con il protagonista ucciso dall’attrice che non accetta l’idea di invecchiare, io invece ho immaginato che lei realizzi infine il suo capolavoro suicidandosi in diretta davanti a tutti… uno Stanislavski portato all’estremo. 

I like Chopin

(A.F.) – Poi nel 1983 esce I like Chopin, che arriva al primo posto nelle classifiche di numerosi paesi europei e ti consacra come star di quella che poi verrà chiamata italo disco. Eri giovanissimo, poco più che ventenne e ti sei trovato di colpo in mezzo al sogno di un successo forse non previsto. Cosa ti ricordi di quegli anni, dal punto di vista musicale e non, c’è qualche aneddoto o qualche ricordo che vuoi raccontarci?

(G.) – Gli aneddoti sono infiniti… io mi sono trovato da studente universitario part time a idolo delle ragazzine, dei club gay e della dance, proiettato in un mondo che mai avrei immaginato di avvicinare, soprattutto nel contesto internazionale. Non pensavo che le nostre cose potessero avere successo anche fuori dall’Italia, invece mi sono trovato n. 1 in classifica in Germania, in Francia, in Austria, in Finlandia, in Giappone, in Brasile e nei paesi più disparati; da ragazzino è stato molto divertente perché stavo sempre su un aereo, ormai conoscevo a memoria gli aeroporti…

I videoclip

(A.F.) – In quegli anni nascono anche i primi videoclip, che  attraverso la nascente MTV cooperavano si può dire al successo dei brani, facendo dei cantanti delle icone e raccontando delle storie assieme alle canzoni. Quanto pensi che abbia influito nel tuo caso la promozione indiretta fatta attraverso i videoclip sul successo dei tuoi brani?

(G.) – Oggi il video è vitale, le canzoni nascono in video subito. A quei tempi si era agli esordi. Fare un video come quello di I like Chopin è stata una mia intuizione, ma devo ringraziare la Baby Records che mi ha dato retta. È stata un’operazione costosa perché siamo andati a Londra, l’unico posto in cui c’era il know how per fare i video musicali, che erano una cosa nuovissima. Poi quel video fu fatto in 16 mm, in pellicola, per cui molto costoso. Io ho avuto questa intuizione un po’ incosciente però la Baby Records ha messo i soldi e mi ha permesso di farlo… all’epoca non era così evidente che fosse indispensabile farlo, un video.

Due linguaggi espressivi complementari

(A.F.) – Tu hai avuto l’impressione che passare su MTV abbia concorso al successo della canzone o pensi che fossero comunque due cose distinte? L’impressione a posteriori è che la nascente MTV abbia influito sul successo di molti cantanti, pensiamo ai Duran Duran per esempio, nel creare delle icone, anche visive.

(G.) – Sicuramente il video era visto come una cosa nuova, una fase parallela a livello creativo, tant’è vero che la storia di I like Chopin del video è totalmente diversa da quella della canzone. Era interessante però associare, esplorare un linguaggio diverso, quello del cinema. È stata un’intuizione fortunata perché stava allora esplodendo la moda dei canali tematici di video musicali e quelli sono stati il veicolo portante.

Gazebo

Dolce Vita

(70-80.it) – Nel 1983 esce anche Dolce Vita, la canzone che tu hai scritto sempre su musica di Pierluigi Giombini e che arrivò anch’essa in vetta alle classifiche europee. Perché fu cantata da Ryan Paris (Fabio Roscioli, 1953) e non da te?

(G.) – Quella è una domanda che mi faccio ancora adesso! Dolce Vita è uno dei primi brani che è nato prima sull’idea che sulla musica. Non voglio dire che la musica è nata dopo, ma inizialmente c’era solo un giro di basso. Ricordo poi che camminavo per Roma e visto che Masterpiece parlava di cinema mi sono detto “perché non parlare di cinema romano, quello di Cinecittà degli anni 50 e 60, dei grandi maestri?”. Nel frattempo la Baby Records aveva preferito I like Chopin e abbiamo capito che Dolce Vita non sarebbe uscita subito. Comunque nell’album Gazebo su 8 brani 5 erano usciti come singoli per cui insomma… se ci avessi messo pure Dolce Vita sarebbe stata una Greatest Hits in un album solo!

Gazebo dopo Gazebo

(A.F.) –  Cosa è successo dopo? Perché hai cambiato totalmente stile nel tuo album successivo Telephone Mama, lasciando forse disorientato il tuo pubblico, che si è – si può dire bruscamente – allontanato… ?

(G.) – Quando fai un album con quel successo lì di solito i discografici  ti obbligano a farne altri due più o meno copia e incolla, uguali… questa era una cosa che non mi piaceva molto perché io venendo dal progressive volevo sviluppare le idee, crescere anche musicalmente. Questo ha creato degli attriti con la Baby Records e anche con Giombini. Io in quel momento mi trovavo a competere con i grandi artisti a livello mondiale, ma avevo una produzione italiana molto economica.
È come andare al campionato mondiale di Formula 1 con una macchina di Formula 3, combattere con gli altri diventa molto difficile. Per essere competitivo io chiedevo alla Baby Records di farmi lavorare con i grandi produttori dell’epoca, cioè con gli inglesi o gli americani… ma loro avevano fretta di fare subito un disco. Io poi ero giovane non avevo molta esperienza, avrei dovuto aspettare un paio di anni prima di uscire con un nuovo disco invece fu scelto di risparmiare, di farlo subito a Roma e anche se le canzoni sono belle purtroppo la produzione non è stata all’altezza e non è andato…

Gazebo oggi

Gazebo indipendente

(A.F.) –  Hai continuato come produttore ma hai anche continuato a fare musica, sono numerosi gli album che hai registrato, negli anni successivi. Ricordiamo in anni più recenti The Syndrone (2008) e Reset (2015) che contengono pezzi rimarchevoli come Wet Wings. Sono canzoni che ci si domanda, ascoltandole, perché non abbiano avuto un successo di grande pubblico… Tu ti sei dato una risposta?

(G.) – La risposta è semplice: io dall’86, cioè dal terzo album in poi, sono diventato indipendente discograficamente, perché volevo crescere come artista, come musicista. Chiaramente se non stai nel gioco delle case discografiche è molto difficile restare in “Formula 1” e pertanto anche se fai una cosa straordinaria non hai visibilità, nessuno lo sa. È un po’ come Davide e Golia… ho scelto di fare Davide, da una parte ho acquisito tantissima indipendenza, sono libero di fare le mie scelte, posso fare un disco come The Syndrone, che è un disco quasi progressive e poi fare quello successivo  Reset, che è tutto un disco elettronico e poi fare Italo by Numbers che è di Italo disco. Se avessi avuto un contratto discografico con una major non avrei mai potuto fare questo tipo di lavoro.

Italo by numbers Gazebo

Italo by numbers, le cover di Gazebo

(A.F.) –  In Italo by Numbers troviamo anche La Divina, che tu hai cantato in italiano, è la prima canzone he tu canti in italiano, giusto?

(G.) –  Sì, è la prima canzone che canto ufficialmente in italiano, perché ho fatto anche altre cose, ma era o per beneficienza o per progetti altrui. Come Gazebo, La Divina è il primo.

(A.F.) – Come mai? La tua vocalità si sente che è portata naturalmente all’inglese e infatti esiste anche una versione inglese di La Divina, come mai poi hai scelto di cantarla anche in italiano?

(G.) – Italo By Numbers è quasi un disco di cover, sono brani di altri che reinterpreto. Ho pensato di fare uno scherzo mettendo un brano inedito, facendolo passare per un brano anni 80. Si tratta di Untouchable, una sorta di fake cantato da un’artista dal nome verosimile “Giorgio Valentino” . Mentre stavo mixando il disco ho visto un documentario su Maria Callas (1923-1977) e mi sono tornati i ricordi di quando studiavo canto. Perché a un certo punto quando mi sono reso conto che dovevo fare il cantante…

Gazebo a scuola di canto

(70-80.it)  Aveva deciso la vita per te…

(A.F.) –  Appunto! allora mi sono detto “se devo fare il cantante, andiamo a studiare canto!” Studiai canto con un maestro che era un tenore, che non faceva che parlarmi di Maria Callas. Il video è un po’ la storia di questo maestro… una storia commovente di un uomo caduto in disgrazia. Ripensando a questa storia avevo in testa la melodia di Untouchable per cui automaticamente, così per scherzo, ho buttato giù un testo in italiano. È la storia di un amore impossibile perché lui era soltanto un tenore lei un étoile mondiale. Lui tra l’altro era gay, il suo era un amore spirituale, viscerale nei suoi confronti. Adorava questa donna e quando io l’ho incontrato di nuovo, dopo che era diventato un barbone, l’unica cosa che si era portato appresso della sua vita precedente, nella roulotte dove viveva, era una gigantografia di Maria Callas. La sua vita era quella, era Maria Callas, era tutto lì. Questa storia mi ha tanto commosso e ho voluto raccontarla. Così è nata l’idea di inserirla come bonus track in questo disco e ho messo la versione italiana, visto che in fondo si trattava di una storia italiana. Quando ho parlato con l’ufficio stampa per fare la promozione del disco mi hanno detto “ma questo è un brano bellissimo”, è piaciuto molto che cantassi in italiano, l’abbiamo usato come singolo e abbiamo fatto il video.

Il Festival di Sanremo stile Gazebo

(A.F.) –  A proposito di canzoni in italiano, cosa pensi del Festival di Sanremo? Parteciperesti a questa kermesse?

(G.) – Sì, non mi è mai successo. Credo di essere l’unico artista italiano, l’unico cantante che ha venduto qualche disco a non aver mai partecipato a Sanremo. Sarebbe sicuramente curioso, molto interessante per me farlo. Io però personalmente non seguo quel tipo di musica e se andassi a Sanremo andrei con una cosa mia del tutto slegata dal resto del mondo musicale italiano. Adesso c’è la sterzata verso i giovani, invece di scegliere i big in funzione del loro status li scelgono in funzione delle loro visualizzazioni su YouTube e cosi ci sono dei big che io non ho mai sentito nominare. Se per i giovani va bene per me è ok ma per l’insieme non credo che sia una cosa particolarmente intelligente. Poi questa è una mia opinione. Hanno voluto avvicinare i giovani a Sanremo, ma è momentaneo perché poi loro tornano al loro YouTube.

Gazebo Paul Mazzolini

La musica di Gazebo

(A.F.) –  Tu che musica ascolti oggi?

(G.) – Mi ritrovo molto spesso ad ascoltare le cose della mia adolescenza, la musica classica, il jazz, la musica progressive degli anni 70, le band che ho seguito da quando ero adolescente, qualche cosa degli anni 80. Purtroppo essendo poi un tecnico, io conosco le metodologie di produzione oggi e non trovo interessante l’approccio, ci trovo poca artigianalità, è un mio limite.

Borgo Melograno Gazebo

Il borgo musicale in Toscana

(A.F.) –  Tra le ultime cose che hai fatto c’è questa versione di I like Chopin del 2020 che hai dedicato agli operatori sanitari nel pieno della prima esplosione della pandemia di Coronavirus. Adesso stai preparando qualcosa? Ci sono altri progetti futuri, anche non strettamente musicali di cui ci vuoi parlare?

(G.) – Il progetto della mia vita in questo momento è questo borgo che ho preso in Toscana, vicino a Montepulciano, a Chiusi, che si chiama Borgo Melograno. È un casale, con tante piccole case e appartamenti circondato da 25 ettari di terra. Lo sto trasformando in un borgo musicale, nel senso che ci sarà uno studio di registrazione e gli appartamenti saranno anche per i musicisti. Ci sarà anche uno spazio per fare i concerti in estate, per cui è un progetto molto impegnativo. Poi questo borgo mi ha dato la voglia e la motivazione per scrivere cose nuove. Adesso sto pensando per quest’estate di far uscire una cosa molto carina…

(A.F.) –  Ti aspettiamo allora, sarà un piacere seguirti!