70-80,  Music

Anni 80. Den Harrow racconta in esclusiva il film della sua vita. Dal successo al crack finanziario, dalle paillettes di Las Vegas ai terremotati dell’Aquila

Den Harrow (Stefano Zandri, 1962) a partire dal 1983 divenne l’idolo di milioni di teen-ager, contendendo la scena alle star internazionali che in quegli anni spopolavano sulla scena musicale. Il grande successo ottenuto sul palco è solo una minima parte della vita sorprendente che l’artista ha avuto e che gli ha fatto assaporare nel bene e nel male tutte le emozioni e i sentimenti in modo spesso eccessivo.
Per 70-80.it, l’artista mi ha rilasciato un’intervista esclusiva in cui ripercorre le tappe di un percorso dagli aspetti davvero cinematografici.

Den Harrow

Quando Den Harrow non era ancora Den Harrow

(A.F.) – Partiamo dagli inizi, quando, dopo un infanzia da bambino bullizzato, esci dal bozzolo e scopri di essere bellissimo e con un gusto estetico originale. Inizi ad operare come modello, o meglio a produrti, dapprima spontaneamente, in esibizioni nelle discoteche alla moda di Milano.  È allora che capisci di avere un’innato senso dello spettacolo e cominci a sognare il successo?

(D.H.) – Si, io sapevo di poter diventare qualcuno. Non sapevo bene in che cosa; non mi ero ancora cimentato in niente. Ma il gusto artistico che mi è stato trasmesso da mia madre, che era una sarta d’alta moda, mi ha sempre accompagnato. Poi ho sempre amato gli artisti, i cantanti, che oltre a cantare sul palco mettevano anche altro e quindi questa combinazione tra esibizione e bel gusto negli abiti mi ha sempre stregato.

Renato Zero e il travestimento

(A.F.) – Chi erano i tuoi miti di allora?

(D.H.) – Io sono stato influenzato da ragazzino principalmente da Renato Zero (Renato Fiacchini, 1950, ndr) che tra l’altro conobbi. Ero un sorcino e lo seguivo in tutti i suoi spettacoli, ho parlato con lui tre o quattro volte e mi ha portato nei camerini. Ero assolutamente innamorato di Renato Zero come artista: mi vestivo e pettinavo come lui ed ero un po’ eccessivo. Avevo 16 anni e camminavo così per strada, come se fosse normale. In quegli anni accettare ciò che non è convenzionale era difficile. Però io mi divertivo quando la gente mi guardava e faceva le battute. Per me era andare un po’ fuori dagli schemi; mi è sempre piaciuto farlo.

Galeotto fu Travolta e chi lo coreografò

(A.F.) – Hai sempre avuto questo gusto della performance… Come è nato il desiderio di ballare ed esibirti?

(D.H.) – Eh, è stata tutta colpa di John Travolta! (John Joseph Travolta, 1954, ndr). Dopo che vidi La febbre del sabato sera in me cambiò qualcosa. Erano gli anni in cui lo Studio 54 di New York proponeva i suoi modelli culturali, sociali, musicali che cambiavano tutto. Io avevo una mia discoteca preferita a Milano, che si chiamava American Disaster. Aveva una pista a scacchi colorati che si accendevano esattamente come quelli del film La febbre del sabato sera: ad un certo punto della serata io andavo in pista a ballare e tutti si fermavano a cerchio a guardarmi! Mezz’ora della serata in discoteca era occupata dalla mia esibizione che facevo gratis, per passione.

Den Harrow

La rivalsa

(A.F.) – Abbiamo letto la tua autobiografia e possiamo dire che nella tua vita, se da un lato hai avuto il desiderio di costruirti una maschera, dall’altro avevi anche il bisogno di eccellere, di mettere da parte il “bambino debole” e spaccare su tutto. È stata forse quella la molla, la spinta che ti ha guidato per tutta la tua carriera artistica?

(D.H.) – Inizialmente sì: da ragazzino ero grasso, mi prendevano in giro e ho fatto molti sacrifici per cambiare lo status di allora. Ho cominciato ad andare in palestra: dimagrii di 20 chili in pochi mesi, imponendomi una dieta. Mi iscrissi a judo per migliorare il mio aspetto fisico e quando ci riuscii mi prese una sorta di rivendicazione contro tutti. La mia fortuna era che ero anche bello. Quindi avevo tutte le armi per per potermi rifare di tutto.

La nascita di Den Harrow

(A.F.) – Torniamo agli inizi della carriera, quando cominci ad esibirti. Hai raccontato di aver firmato un contratto per fingere di cantare sulla voce di qualcun altro. Un sacco di altri cantanti erano in realtà delle controfigure per voci che magari non avevano il physique du rôle, il carisma per esibirsi sul palco, che tu invece avevi. Come ti poni di fronte a questa pratica?

(D.H.) – Andava di moda così, c’erano tantissimi cantanti che prestavano soltanto la loro immagine perché un bel brano con una bella faccia significava vendere tanti dischi. Una bella voce con una faccia non adatta allo show biz significava non avere fama e vendere meno dischi. È una forma commerciale che si usa ancora oggi.

Den Harrow

Gli anni 80 e il culto dell’immagine

(A.F.) – Forse negli anni 80 ancora di più, visto che allora l’immagine, l’apparenza andava per la maggiore.

(D.H.) –  L’immagine era tutto negli anni 80, in cui si era scatenata la legione più imponente di grandi stilisti e artisti che il mondo avesse mai visto: dalla moda ai cantanti, alla cultura, alla Pop Art, non c’è mai stato nulla di simile in altri decenni. Esibirsi ed essere belli significava essere quasi dei semidei. Io cominciai, mi chiesero se volessi cantare un brano. Non sapevo neanche cosa significasse e dissi di sì. Ahimè, forse oggi avrei detto no. Però era un gioco e la mia immagine era talmente avanti o in quel momento, forse ci fu la famosa tempesta perfetta per cui qualsiasi cosa facessi andava bene. Così mi sono trovato d’un tratto nelle classifiche di tutto il mondo.

I doppiatori di Den Harrow

(A.F.) – Sono stati tanti i cantanti che ti hanno doppiato in quegli anni. Chuck (Charles) Rolando (1952) cantò To Meet Me et A Taste of Love; Silvio Silver Pozzoli (1953) la celeberrima Mad Desire e poi Tom Hooker (Thomas Barbey Hooker, 1957) che ne cantò molte altre tra cui Future Brain e Catch the fox. Possibile che il pubblico non si accorgesse della differenza di voce?

(D.H.) –  Io in quel periodo avrei potuto cantare anche con la voce di Paperino e non sarebbe successo niente di diverso. La fortuna di Den Harrow era che rispetto a tanti altri cantanti di valore avevo 8 volte più fan di tutti gli altri. Sono stato per 5 anni considerato il cantante più amato delle teen-ager: c’ero io, George Michael (Georgios Kyriacos Panayiotou, 1963-2016) Simon Le Bon (1958) e qualcun altro…

Den Harrow trasformista tra il pubblico

Ero amato dai fan e sul palco veramente bravo: un trasformista. Poi sono stato sempre vicino al mio pubblico, non ho mai fatto il divo: scendevo dal palco, stavo vicino a loro, cantavo con loro. Probabilmente hanno visto in me qualcosa che in quel momento non c’era. Cantanti più belli e più bravi di me, non mancavano. Però tenevano una certa distanza con i fan; io no: ero con loro.

Tournées e stars

(70-80.it) – Nel 1986 esce l’album Overpower, che contiene Bad Boy: un successo incredibile in Spagna, Francia e Germania. In quel momento sei sempre in tournée e vivi a contatto con star internazionali. Hai qualche aneddoto da raccontarci a questo proposito?

(D.H.) – Ce ne sono tanti, molti sono nella mia autobiografia. Tra l’altro, quando l’ho scritta, ho fatto molta fatica a riuscire a ricordare tutto il passato. È stato tutto talmente veloce: sono stati dieci anni velocissimi, in cui io ho vissuto più che altro su un aereo, in una camera d’hotel e su un palcoscenico. Ricordo il tour che feci con gli Europe, Joey Tempest (Rolf Magnus Joakim Larsson, 1963) che è stato un mio caro amico. E poi tante serate passate insieme a Falco (Johann “Hans” Hölzel, 1957 -1998) e a tanti altri. Nel mio libro ne cito parecchi…

L’autobiografia di Den Harrow

(A.F.) – Dove è possibile trovarlo?  

(D.H.) –  Il libro è uscito due anni fa e in quel momento della mia vita non ero in ottima forma e non ho potuto promuoverlo come avrei dovuto. Dopodiché ho deciso di toglierlo dal mercato perché adesso, penso il prossimo anno, uscirà una nuova versione con capitoli nuovi aggiunti, attraverso un altro titolo e con un editore molto grosso per cui entrerò sul mercato in modo adeguato.

Lies and truth 

(A.F.) – Andiamo avanti: continui con le tournée; però nelle performance non potevi cantare, cosa che dici avresti desiderato fare. Nel frattempo, esce l’album Lies

(D.H.) –  Sì, esce quell’album. Erano già un po’ di anni che rompevo le scatole al boss della Baby Records perché volevo cantare. Lo sapevo fare e il motivo per cui non me lo consentivano era essenzialmente di tipo linguistico. Non essendo di madre lingua inglese, ci avrei messo molto più tempo a inciderei brani in modo eccellente. Ma la fabbrica della musica è molto veloce. Quando fai un successo subito te ne chiedono un altro. Facevo 300 serate in giro per il mondo e non ero nemmeno fisicamente in Italia. Allora non esistevano i mezzi che ti permettono di incidere un brano mentre sei all’altro capo del mondo.

Nato per amare

Ma mi sono impuntato e ho fatto causa alla Baby Records che nell’88 mi aveva fatto cantare Born to Love, canzone che presentai al Festivalbar e cantai all’Arena di Verona con un ottimo successo. Da allora in poi ho sempre cantato con la mia voce. 

La rivincita?

(A.F.) – Arrivano nuovi brani, tutti con la tua voce: Ocean, Real big love, All I want is you… Una rivincita?

(D.H.) –  Se devo dirti la verità, avrei dovuto essere molto felice nel poter cantare con la mia voce. Ma non fu così eccitante. Ho trovato sempre più coinvolgente la performance sul palco. Nasco come performer e mi sento un performer. E anche se a un certo punto per me è stato necessario cantare con la mia voce, la verità è che non amo tantissimo cantare, anzi lo trovo abbastanza noioso. Mi piace esibirmi!
Trovo che cantare sia per tutti, ma diventare un idolo delle ragazzine no. Non ci sono tantissimi bravi performer. Sono molto più fiero di questo.

Il naufragio finanziario…

(A.F.) – Nella tua biografia racconti di essere stato privato per ben due volte dei tuoi averi e sfruttato da chi ti fidavi. Dopo il crack finanziario nel 1993 sei partito per la California con due sole valigie che contenevano tutto quello che avevi. Cosa è successo?

…e l’ultima spiaggia

(D.H.) –  Mi sono ritrovato in cima al mondo come cantante dopo Don’t break my heart, che è stato uno dei miei più grossi successi di vendite. Dopo tre mesi non avevo più un soldo: il mio commercialista in 10 anni non aveva pagato niente. Cominciarono ad arrivare delle cartelle esattoriali enormi, lui era sparito e la Guardia di Finanza mi sequestrò tutto. Mi ritrovai senza soldi e senza sapere dove andare. Nel frattempo era morta anche mia madre e se fossi rimasto in Italia sarei stato umiliato dall’opinione pubblica. Quindi ho deciso di andare dove non mi conosceva nessuno per vedere cosa potevo fare di quello che mi rimaneva.

(A.F.) – Sbarchi a San Diego, in California, di fronte all’oceano…

Den Harrow

Den Harrow da personal trainer…

(D.H.) – Non avevo tantissime opzioni in realtà: avevo un bel fisico e una bella faccia. Nient’altro. Mi erano rimasti dieci milioni di lire e mi stabilii in un motel di quelli fatiscenti sulla spiaggia. Per i primi mesi feci il personal trainer a persone che conoscevo.

…a stripper!

(A.F.) –  E Las Vegas?

(D.H.) – Non era facile fare il personal trainer, perché non avevo la green card. Tutti mi chiedevano di essere in regola per poter lavorare. A un certo punto lessi un annuncio in cui cercavano degli stripper a Las Vegas per gli spettacoli e ho detto “cosa faccio qua?”. Per un mese studiai come lavoravano gli stripper, come si esibivano. Vidi che erano tutti messi bene fisicamente e capii che ero troppo magrolino: anche se ero più grosso della media, rispetto agli stripper facevo ridere i polli! Per un mese feci una dieta, un corso accelerato e presi 12 chili di muscoli. A quel punto mi presentai a Las Vegas e feci la mia prima audizione, esibendomi  esattamente come facevo nei primi anni 80 con la mia musica… Ho fatto quello che era il mio spettacolo.

Den di nuovo in scena!

Mi ricordo che la mia audizione fu all’MG Grand e quando finì la mia esibizione mi chiesero se ero un professionista. Quando dissi che non lo avevo mai fatto non mi credettero! Mi diedero 3-4 serate al giorno, facevo circa 20 spettacoli alla settimana e mi dividevo tra San Diego dove vivevo e Las Vegas e così andai avanti per un anno e mezzo. Guadagnavo un sacco di soldi, anzi in proporzione guadagnavo di più facendo lo stripper che facendo il cantante in Italia!

Il ritorno della meteora

(A.F.) – Nel 1996 torni in Italia, ti chiedono di tornare a cantare e oltre a brani nuovi hai anche occasione di cantare i tuoi brani storici. 

(D.H.) – Sì certo, rifeci 3 album ricantando tutti i miei vecchi successi. Fui chiamato da Mediaset perché in quel momento stavano producendo un format dal nome Meteore dove riproponevano tutte le vecchie star anni 80 e 90. All’epoca non era facile come oggi trovare i contatti dei cantanti, dovevi o conoscerli o avere i loro numeri. Allora sfruttai a mio vantaggio quell’invito dicendo che sarei andato, ma per fare l’ospite fisso. In cambio avrei portato tutti gli artisti di cui avevo i contatti e così fu. Tutto il cast di quel periodo fu portato dal sottoscritto e riuscii a fare l’ospite fisso per ben due volte. Questa visibilità mi diede la possibilità di fare un altro album con degli inediti e ci fu un’altra svolta, il mio personaggio si rimise a funzionare.

Den Harrow

Den Harrow all’Isola dei famosi

(A.F.) – Un salto in avanti, l’Isola dei famosi nel 2006.

(D.H.) – Ti dico la verità, è stata l’esperienza moralmente più brutta che ho fatto. Una scelta sbagliata, il problema è che nella vita di un artista molte volte le scelte si fanno per denaro, era spettacolo. Poi il fatto di aver pianto: penso che la vita sia fatta anche di questo e se si mettesse una telecamera nella casa di qualsiasi famiglia al mondo vedremo delle miserie ben più grandi del mio pianto! La gente però ha bisogno di trovare un capro espiatorio della propria vita e nel momento in cui ho pianto si è scordata di tutto quello che avevo fatto per la musica e si è concentrata solo su quello.

Dai naufraghi finti…

Ho sbagliato, perché quello è spettacolo. Ho messo in campo me stesso. Non avrei dovuto farlo.

…ai terremotati veri

(70-80.it) – In realtà ci interessa confrontare questa esperienza con quella che hai fatto tre anni dopo, nel 2009, quando sei partito volontario con la Protezione Civile, passando sei mesi ad aiutare i terremotati dell’Aquila.

Den Harrow paracadutista

(D.H.) – Nella vita a me sarebbe piaciuto fare anche il soldato. Sono un paracadutista e ho sempre sentito in me un forte senso di servizio e partecipazione nel momento in cui la gente ha bisogno di aiuto. Non ci ho pensato due volte ad andare come rappresentante di Cinisello Balsamo alla Protezione Civile dei Paracadutisti. Mi sono presentato e all’inizio mi hanno guardato tutti male perché sapevano chi ero. Pensavano che andassi lì per cercare popolarità o farmi pubblicità. Dissi subito che la mia intenzione era quella di aiutare la gente perché ne avevo anche le capacità, visto che ero stato addestrato dalla Folgore. Quando andai al campo arrivarono subito dei giornalisti che mandai via immediatamente. C’è una foto privata mia che mi hanno fatto i miei amici ,ma non c’è stato mai un articolo, non ho mai speculato su questa cosa.

I sei mesi a Navelli

Sono stato lì sei mesi, facevo il cuoco e davo da mangiare a 500 persone, colazione pranzo e cena. Avevamo un campo a Navelli con 500 tende, io e altri 20 ragazzi paracadutisti. Sono stati i sei mesi più belli della mia vita. Ho riscoperto i valori veri, i bisogni veri, le necessità. Un periodo molto importante per me; mi ha aiutato moltissimo a crescere.

Den Harrow Always

Le produzioni recenti di Den Harrow

(A.F.) – Vivi felice a Malaga con tua moglie Daisy. Quali i tuoi progetti recenti? 

(D.H.) – Ho deciso di rimettermi nel mondo della musica. Erano 20 anni che non facevo musica, l’anno scorso a marzo mi hanno convinto a fare un brano. Mi ha convinto anche mia moglie Daisy, che tra l’altro è l’autrice di tutti i brani dell’ultimo album. Si tratta di Always che è stato anche disco d’oro. ed il vinile più venduto nel 2021. Ho fatto partecipare circa 60 professionisti a questo progetto. Un contest in cui ho dato la possibilità a nomi noti del panorama musicale di remixarla con il proprio stile. Songfactory, capitanata da Danny Losito e Paolo Visnati. Poi il Producer Dj Marietto, Max Milan, Mauro Pirrotta, il produttore Nunzio Marzullo. Poi ancora Giancarlo Cavallo e Gianluca xp e tanti altri. Molti altri remix sono ascoltabili sul mio canale YouTube

Risplendere…

Dopodiché stavo preparando il mio album e mi sono accorto che stavo cantando veramente male perché era un brano che non andava bene per la mia voce. Ho chiamato allora Orlando Johnson, un grande cantante americano dal grande passato che vive in Italia, e abbiamo creato il brano Shine on, Den Harrow feat. Orlando Johnson che è stato tra i top 10 su iTunes e primo nella dance.

…in fiamme!

Poi i Songfactory mi chiesero (a me!) se volessi prestare la voce al loro progetto.Il titolo è I’m on fire, è uscito a novembre, un pezzo molto bello. Con questo abbiamo fatto il primo posto nella classifica dance di iTunes sia mix che album. Dietro di noi c’era Guetta (Pierre David Guetta, 1967, ndr), c’era Sinclair (Christophe Le Friant 1969, ndr), è stato un successo. Anche se adesso i successi non sono più quelli di una volta. Una volta si sentivano in tv, oggi sono cambiati i canali. Non è più così divertente fare musica oggi, non è così gratificante… è un po’ come consumare un hot dog, oggi sei in classifica dopo tre giorni ci sono altri brani.