Film

Project Hail Mary

L’ho visto in volo, sopra le nuvole, e c’è stata persino una coincidenza surreale tra le turbolenze incontrate a un certo punto dall’aereo su cui mi trovavo e le scene più concitate della nave spaziale, quando rischia di essere attirata dal pianeta Adriana mentre il protagonista Grace cerca di salvare i campioni prelevati, la propria vita e la nave spaziale che ospita il suo nuovo amico alieno.

Il film, prodotto e diretto da Phil Lord e Christopher Miller e scritto da Drew Goddard -che si è basato sul romanzo omonimo di Andy Weir- vede protagonista Ryan Gosling, che ne è anche co-produttore.
È un film di fantascienza che racconta un viaggio nello spazio, a 11 anni luce dalla Terra, fatto per salvare il pianeta da un organismo misterioso che sottrae energia al Sole.
Ma se la fantascienza è il linguaggio che usa il film, in realtà il suo cuore è altrove. È il racconto di un incontro tra due esseri radicalmente diversi che imparano a fidarsi l’uno dell’altro senza condividere né lingua, né cultura, né biologia. È un’idea molto semplice e allo stesso tempo potentissima.
L’intento del film è chiaro: lungi dall’essere un trattato di fisica, cerca invece di dare alla fantasia un’impalcatura credibile. Le leggi della natura vengono prese sul serio abbastanza da farti pensare: “Sì, per questa storia posso sospendere l’incredulità”. E da quel momento rinunci a verificare ogni dettaglio per lasciarti guidare dai personaggi.

L’architettura

Ho amato molto il modo in cui la storia è stata costruita. Comincia in medias res, quando ancora tutto è misterioso, anche a causa dell’amnesia del protagonista, Grace, che si sveglia su un’astronave deserta dopo quello che si scoprirà essere stato un coma indotto per affrontare il viaggio. Questo doppio filo temporale rende la parte della narrazione che si svolge nel presente una scoperta continua, una realtà che si svela lentamente, al ritmo del recupero della memoria di Grace.
L’altra parte della narrazione riguarda ciò che è avvenuto nel passato, quello che lui ricorda progressivamente. Ma più che di flashback si tratta di una linea storica parallela: un passato che non interrompe la storia principale per raccontare qualcosa che è già successo, ma che continua ad avanzare insieme al presente. Sono due linee temporali che procedono verso lo stesso punto.
All’inizio infatti conosciamo Grace nello spazio, senza memoria. Lui è confuso e noi siamo confusi con lui. Non sappiamo chi sia, perché si trovi lì, perché sia solo, né cosa sia successo sulla Terra. In seguito ogni ricordo è molto più che un’informazione sul passato: è un pezzo della sua identità che torna lentamente a costruirsi. Per questo i ricordi non sono “pause”, ma l’altra metà del film. L’avventura che vive nello spazio gli serve anche a ricordare chi è.
Forse il motivo per cui il film mi è sembrato così armonioso è proprio il fatto che ha l’architettura di una scoperta, in cui ogni nuovo tassello rende il quadro più ricco, non semplicemente più completo.

Sinossi

Grace, un biologo il cui approccio scientifico singolare e relativista gli è costato la carriera, viene -proprio per le sue idee controcorrente- contattato per mettere a disposizione il suo sapere e la sua visione in un progetto che ha come scopo quello di salvare il Sole (e migliaia di altre stelle) da un nemico microscopico e sconosciuto che ne minaccia lo spegnimento.
Il suo viaggio interstellare lo porta a incontrare un essere alieno che ha lo stesso obiettivo. Con lui impara a comunicare, a collaborare, a studiare ciò che sta accadendo e a trovare una soluzione al loro problema comune.
L’alieno ha l’aspetto di un grosso granchio roccioso (da cui la traduzione del suo nome, impronunciabile per un umano, in Rocky), interagisce con l’esterno attraverso fenomeni di eco e comunica modulando suoni con frequenze e melodie differenti.
Il rapporto tra Grace e Rocky non si basa solo sull’amicizia o sull’altruismo: è la scelta di mettere il bene dell’altro sullo stesso piano del proprio, fino ad arrivare a rischiare tutto. In una tradizione cinematografica in cui spesso gli eroi salvano il mondo combattendo qualcuno, qui il gesto eroico nasce dalla cura reciproca. È quasi un ribaltamento del mito dell’eroe.

Omaggi

Lungo il film, le citazioni e gli omaggi ai capolavori della fantascienza (e non solo) che lo hanno preceduto sono moltissimi. Alcuni sono dichiarati, altri sono semplicemente suggestioni visive.
Il richiamo a Rocky è evidente nel nome scelto per il pianeta Adriana. Non si tratta in questo caso di un film di fantascienza, ma di un film che condivide  comunque la stessa intuizione: le imprese cambiano il mondo, ma sono gli incontri a cambiare le persone.
Quello a Incontri ravvicinati del terzo tipo è invece un chiaro omaggio: la comunicazione iniziale attraverso i suoni riprende esplicitamente il celebre motivo di cinque note composto da John Williams. È praticamente una dedica diretta a Spielberg.
Per 2001: Odissea nello spazio gli omaggi sono numerosi. A partire dalla tuta arancione di Grace, fino al lungo tunnel cilindrico della nave e alla sequenza dell’aggancio tra le due astronavi rotanti, che richiama la celebre scena dell’attracco della Discovery. Ci sono poi alcuni campi lunghissimi con la figura umana immersa nell’immensità e persino certi movimenti di macchina e il ritmo della regia che ricordano il capolavoro di Kubrick.
Con Interstellar il riferimento è più sottile. Non esiste una conferma ufficiale, ma l’interno della nave di Rocky, con quella struttura reticolare tridimensionale, a me ha fatto pensare al tesseract di Nolan. Anche alcune scene di attracco e di rotazione delle navi mi sono sembrate un omaggio visivo.
La spiaggia che compare alla fine ricorda poi moltissimo il finale di Contact, ma con questo film il legame è forse ancora più profondo e riguarda Carl Sagan, su cui tornerò più avanti.
C’è anche un riferimento ad Alien, quando Grace scherza sul fatto che Rocky “almeno non gli sta crescendo dentro”.
Infine Star Trek: ci sono diverse citazioni, riferimenti verbali e persino la scelta del sistema stellare 40 Eridani, che nella tradizione di Star Trek è la stella di Vulcano.
Aggiungerei poi anche E.T.: più che di citazioni precise, si tratta in questo caso di richiami allo stupore infantile e all’amicizia con una creatura aliena.
Quello che mi piace, però, è che nessuna di queste citazioni mi è sembrata un semplice “gioco per cinefili”. Servono tutte a dire: sappiamo da dove veniamo. È come se il film dicesse: “Kubrick ci ha insegnato il sublime, Spielberg il contatto con l’ignoto, Zemeckis la meraviglia, Nolan il senso cosmico… adesso proviamo a raccontare una storia che metta insieme tutto questo.”

Carl Sagan

Vorrei tornare al legame che ho fortemente sentito con la visione di Carl Sagan. In questo film si parla soprattutto di conoscenza e di comunicazione, due dei suoi temi preferiti. In quest’ottica, Project Hail Mary è molto più figlio della visione di Carl Sagan che di Andy Weir. È Contact. È il SETI. Sono i radiotelescopi. È il Disco d’Oro del Voyager. È Cosmos.
Grace è molto saganiano: il lavoro “sovversivo” che gli ha precluso la carriera scientifica che avrebbe meritato dichiarava proprio che la vita non ha necessariamente bisogno di acqua per svilupparsi.
E anche Rocky lo è, in fondo per la stessa ragione: lui è il prodotto di un’evoluzione completamente diversa dalla nostra basata sulla chimica del carbonio e sull’acqua. Lui vede attraverso l’eco, vive in un’atmosfera di ammoniaca, sopporta temperature e pressioni incompatibili con quelle terrestri.
È esattamente il tipo di alieno che Sagan immaginava nei suoi libri: il prodotto di una chimica e di un’evoluzione differenti, la materializzazione del suo relativismo, che gli faceva immaginare un universo ricco di vita completamente diversa dalla nostra.
E la citazione che mi è venuta in mente è proprio di Carl Sagan: “In qualche modo, il cosmo conosce sé stesso attraverso di noi.” Noi siamo il cosmo che prende coscienza di se stesso.
È una frase che sembra scritta per Project Hail Mary. Perché, alla fine, il film parla del fatto che due forme di vita nate a decine di anni luce di distanza e da chimiche diverse riescono a sedersi allo stesso tavolo e a comprendere insieme un piccolo frammento dell’universo. Sagan, credo, avrebbe sorriso vedendolo.
Perché in realtà Project Hail Mary è un film sulla meraviglia. E la meraviglia è esattamente il punto in cui scienza e poesia si incontrano. È il territorio di Carl Sagan.

La musica

Il film merita molto anche per la parte sonora: la musica e il design dei suoni fanno moltissimo nell’esperienza cosmica.
Il compositore della colonna sonora originale è Harry Gregson-Williams, che ha scritto musiche per film molto diversi tra loro (The Martian, The Chronicles of Narnia, Mulan, Kingdom of Heaven, Shrek…). Qui, però, ha fatto qualcosa di particolare. La sua musica evita quasi sempre il tono del “kolossal spaziale”. Non cerca di essere continuamente grandiosa o epica come, per esempio, Hans Zimmer in Interstellar.
Una delle cose più affascinanti non è neppure la musica in sé, ma il sound design. Rocky non parla una lingua fatta di consonanti e vocali: comunica attraverso accordi musicali. Gli autori hanno lavorato perché la sua voce sembrasse davvero il prodotto di un essere che percepisce il mondo attraverso le vibrazioni.
È un’idea molto vicina a quella di Incontri ravvicinati del terzo tipo, ma sviluppata in modo completamente diverso: non come un codice da decifrare, bensì come una lingua dotata di una propria musicalità.

Watch Rocky Sleep

Vorrei chiudere con una nota riguardo a una frase che, a mio avviso, racchiude gran parte del senso più profondo di questo film: il “dialogo sul dormire”. Quando Grace e Rocky iniziano a comunicare, una delle prime grandi differenze culturali che emerge riguarda proprio il sonno.
Per gli Eridiani il concetto di dormire non è uguale al nostro. Rocky non comprende inizialmente cosa significhi che gli esseri umani “dormano”. Grace gli spiega che per gli umani il sonno è uno stato naturale. Per gli Eridiani, invece, quello stato è molto più vicino a una condizione comatosa: durante la dormienza diventano estremamente vulnerabili e hanno bisogno che qualcuno vegli su di loro.
Rocky gli racconta che lui ha vegliato sui suoi compagni membri dell’equipaggio, ma che alla fine nessuno di loro si è più svegliato. Così, quando lui stesso resta gravemente ferito per essere uscito dalla sua capsula a salvare la nave dalla distruzione, Grace gli dice: “Adesso ti guarderò io dormire.”
È un momento profondamente commovente, che contiene molteplici significati: è una scena di memoria, di lutto e di riparazione. È una scena che contiene uno dei temi fondamentali che attraversano tutto il film: quello del riconoscimento: non “ti amo perché sei come me”, ma “ti riconosco anche se sei diverso da me”.
Che sia una scena cruciale è testimoniato anche dal fatto che esiste un video ufficiale di Amazon MGM Studios (è presente su Prime Video e sul loro canale YouTube ufficiale) intitolato “Project Hail Mary | Watch Rocky Sleep”, un video che dura 2 ore e 16 minuti in cui si può guardare Rocky dormire.
Rocky che dorme è un’immagine che nel film significa fiducia, vulnerabilità, amicizia, affidarsi a qualcun altro. Il video prende proprio quell’immagine e la dilata per più di due ore, trasformando un momento narrativo in una specie di gesto comunitario: tutti gli spettatori fanno quello che Grace aveva fatto.
Guardare Rocky dormire diventa una versione piccolissima del contemplare un altro essere vivente e dire, senza bisogno di parole: la tua presenza qui ha valore.
E, in un certo senso, chiede anche a noi spettatori di fare una piccola cosa molto umana: restare.

P.S. Ovviamente, appena possibile, lo riguarderò su uno schermo decente.