Villa Carmignac a Porquerolles e l’esposizione Sea, Pop & Sun
Villa Carmignac, aperta sull’isola di Porquerolles come sito di esposizioni d’arte contemporanea nel 2018, è un incontro tra arte, natura, acqua, luce e architettura. Creare un museo e un parco di sculture su un’isola così protetta è stato per il suo realizzatore al tempo stesso una sfida e un sogno.
Fin dall’ingresso, il visitatore si immerge nell’esposizione e nella collezione. La scala conduce sotto la superficie, dove la Ciclotrama di Janaina Mello Landini offre un’esperienza fisica unica. Dopo la sala introduttiva, One hundred Fish Fountain di Bruce Nauman crea un preludio sensoriale con una temperatura fresca, una luce brillante e il suono rilassante dell’acqua.

Il percorso prosegue, lo spazio sotterraneo si presenta come una serie di sale espositive dagli spazi fluidi sono e modulabili. Il soffitto d’acqua al centro lascia entrare la luce naturale, creando un vero e proprio «cuore scenografico».

La sala permanente Barcelo, con le sue cornici arrotondate, si adatta perfettamente alla tela panoramica di 16 metri e amplifica la sensazione di immersione in questo universo marino. Le estremità delle gallerie sono dotate di soffitti luminosi che riproducono l’illuminazione naturale. L’approccio scenografico è discreto e tecnico, e si inserisce con discrezione nell’architettura per accompagnare le opere attraverso la luce e gli spazi.

La mostra « Sea, Pop & Sun » allestita dal 25 aprile al 1º novembre alla Villa Carmignac di Porquerolles è una di quelle esposizioni che riescono a fare qualcosa di raro: non limitarsi a presentare opere, ma costruire un ecosistema sensoriale completo, in cui architettura, paesaggio, suono e luce diventano parte integrante della lettura curatoriale.
Curata da Anna Karina Hofbauer e Dieter Buchhart, l’esposizione prende come punto di partenza l’immaginario pop degli anni ’60 e ’70 – quello della libertà, del desiderio, delle spiagge mediterranee, della rivoluzione dei costumi e della nascita della società del tempo libero – ma lo rilegge attraverso una sensibilità profondamente contemporanea. Non è una mostra nostalgica. È piuttosto una riflessione sul modo in cui la Pop Art abbia contribuito a costruire il nostro rapporto con l’immagine, con il consumo, con il corpo e soprattutto con il mito della felicità balneare.
L’intero percorso gioca continuamente su tensioni molto sottili: paradiso e artificio, natura e cultura di massa, piacere e disillusione. E funziona magnificamente proprio perché tutto questo avviene dentro un luogo già di per sé quasi irreale. La Villa Carmignac non è semplicemente uno spazio espositivo: è una sorta di apparizione immersa nella macchia mediterranea di Porquerolles, un’architettura semi-ipogea in cui il soffitto d’acqua, la luce filtrata e il rapporto costante con il paesaggio esterno trasformano la visita in un’esperienza quasi fisica.
Una delle cose più interessanti della mostra è il modo in cui è stata costruita la componente sonora. In diversi punti del percorso sono installati diffusori iper-direzionali che trasmettono musiche legate all’immaginario degli anni ’60-’70. La cosa sorprendente è che il suono sembra esistere solo all’interno di un punto preciso dello spazio: basta spostarsi di pochi centimetri per perderlo completamente. Quando invece ci si posiziona esattamente sotto il diffusore, la musica sembra entrare direttamente nella testa, come una memoria privata o un pensiero interiore. Una scelta estremamente intelligente dal punto di vista curatoriale, perché trasforma la colonna sonora in qualcosa di intimo e mentale, quasi un dispositivo di immersione psicologica dentro il mito pop.
Nel percorso espositivo dialogano figure storiche del Pop Art (Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Martial Raysse, Niki de Saint Phalle, Tom Wesselmann, Richard Hamilton, James Rosenquist, Evelyne Axell) con artisti contemporanei come Jeff Koons, Duane Hanson, Olafur Eliasson, Derrick Adams, Martin Parr o Tschabalala Self. Ma la forza della mostra sta soprattutto nel modo in cui queste opere vengono messe in relazione con il paesaggio mediterraneo reale che circonda la villa: il sole, il mare, i pini, il vento e la luce diventano essi stessi parte del dispositivo curatoriale.
Tra le opere permanenti della Villa, nella scala che scende al sottosuolo all’ingresso ci accoglie l’intervento di Janaina Mello Landini. Si tratta di una sua Ciclotrama, termine da lei coniato per indicare questo tipo di lavori che l’artista brasiliana realizza dal 2010.
Nelle installazioni su grande scala come questa la corda, occupando l’aria nelle sue ramificazioni, è in grado di alterare la percezione dello spazio: le sue Ciclotrame creano lo spazio mentre lo occupano come un sistema nervoso o circolatorio, qualcosa di vivo e di organico.
Altrettanto notevole è il lavoro di Tony Matelli, altra opera permanente. Quasi nascosta in un angolo la pianta apparentemente fragile scolpita in modo iperrealista in bronzo, spunta tra il suolo e la parete come uno scherzo della natura. La sua capacità mimetica è quasi disturbante e crea un continuo cortocircuito percettivo. C’è una qualità quasi filosofica nel suo lavoro, perché costringe a interrogarsi continuamente sul confine tra naturale e artificiale, tra reale e simulato.
Tornando all’esposizione temporanea segnaliamo poi l’opera monumentale di Théo Mercier Seaclock, allestita sotto la grande vasca d’acqua della villa. La scultura effimera, composta da decine di tonnellate di sabbia, vibra della luce liquida che filtra dall’alto e sarà restituia alla natura alla fine dell’esposizione.

Una parte fondamentale dell’esperienza è il giardino, concepito dal paesaggista Louis Benech come spazio preservato, dove la vegetazione mediterranea non viene domata ma accompagnata. Camminare nei quindici ettari della Villa Carmignac significa attraversare un paesaggio che sembra lasciato libero di respirare. Sono numerose le sculture disseminate nel parco, spesso nascoste. Jean Denant, Wang Keping, Olaf Breuning, Ugo Rondinone, Cornelia Konrads sono alcuni degli artisti che hanno creato le opere per il parco, passeggiando per il quale si ha l’impressione che esse vadano in qualche modo meritate: spesso nascoste alla vista, non esiste nessuna mappa che ne guidi la ricerca.
Nella zona più lontana, “le maquis”, si incontra uno dei momenti più poetici dell’intera visita: Les Trois Alchimistes di Jaume Plensa. Tre volti giganteschi emergono silenziosamente dal verde della macchia mediterranea come apparizioni arcaiche o presenze meditative. La loro forza sta proprio nel rapporto con il paesaggio: sembrano sempre essere state lì. Plensa ha una capacità unica di creare sculture che non occupano semplicemente uno spazio, ma modificano il modo in cui quel luogo viene percepito interiormente.
All’altra estremità del parco, in quella che è chiamata “la prairie”, una foresta di canne nasconde Path of Emotions di Jeppe Hein. Il labirinto ideato dall’artista danese evoca, con le sue cinque curve intrecciate, la spirale di Fibonacci, una sequenza matematica presente in natura. L’installazione, interamente composta da pannelli a specchio, è stata concepita affinché il visitatore si fonda con il paesaggio che vi si riflette. Invita il pubblico a vagare in uno spazio mentale, circondato dai molteplici riflessi della propria immagine.
Tornando all’esposizione temporanea, alla fine, Sea, Pop & Sun riesce in qualcosa di molto difficile: costruire una mostra profondamente spettacolare senza mai diventare superficiale. È immersiva, sensuale, estremamente estetica, ma mantiene continuamente uno sguardo critico sul modo in cui il desiderio viene costruito dalle immagini. E forse è proprio questo il punto più riuscito del progetto curatoriale: far convivere l’ebbrezza luminosa del Mediterraneo con la consapevolezza della sua dimensione artificiale e mitologica.
Una mostra che non si limita a essere vista, ma che si attraversa letteralmente con il corpo, con l’ascolto e con la memoria.















































