Art,  Photography

Stéphane Couturier al museo Fernand Léger di Biot

È stata prolungata fino al 29 aprile l’esposizione dei lavori di Stéphane Couturier al Musée Fernand Léger di Biot.
Ancora una settimana dunque per approfittare delle opere di questo “photographe plasticien” che per una strana alchimia, per un incredibile corrispondenza di intenti riesce a dialogare così intensamente e al tempo stesso in modo leggero, completamente naturale con le opere di Fernand Léger, pioniere dell’avanguardia artistica della prima metà del ‘900.

Le corrispondenze formali e tematiche tra i due artisti sono ricche: entrambi esplorano le mutazioni della città moderna e sono affascinati dalla bellezza dell’estetica industriale, sono animati da una stessa esigenza di composizione, spesso complessa e rigorosa e da una predilezione per il colore puro e le linee geometriche.
Nelle opere di entrambi gli artisti l’immagine di un mondo in costruzione porta paradossalmente a un gioco di decostruzione del reale che arriva all’astrazione. I due artisti tessono una rete complessa di linee geometriche che accentua la frontalità del punto di vista, annulla la prospettiva e dissolve la leggibilità del soggetto rappresentato.

Nell’ottica di un prolungamento di queste corrispondenze Stéphane Couturier ha creato delle nuove opere a partire dai quadri conservati nel museo. Così il paesaggio di Léger Le grand remorqueur (1923) è diventato fonte di ispirazione per una serie di immagini realizzate al porto di Sète nel 2017.
Questa serie riprende il procedimento della sovrapposizione e fusione di più immagini digitali già apparsa nel 2014 nella serie Melting Point: il reale osservato diventa una sorta di materiale malleabile, un repertorio di forme che l’artista scolpisce all’infinito. Stéphane Couturier opera così una sintesi tra realtà e finzione, tra fotografia e pittura.

L’elaborazione attraverso precise campiture di colore sovrapposte ad immagini rappresentanti architetture e paesaggi privi dell’elemento umano richiama in modo sorprendente il lavoro di Fernand Léger, sia nella forma che nell’idea che ne è alla base. Quest’ultimo infatti in genere inserisce l’elemento umano unicamente come oggetto, privandolo della sua valenza individualistica per renderlo nell’opera soprattutto come elemento formale.

 

 

Una nota di merito va data all’allestimento dell’esposizione che ha premiato l’opera di questi due artisti, giocando con le assonanze tra i temi trattati da entrambi: in questa esposizione si è davvero riusciti nell’intento di instillare un valore supplementare a ciascuno dei due attraverso la poetica dell’altro.
Le fotografie di Stéphane Couturier parlano la stessa lingua di Fernand Léger, dialogano con i suoi temi e ne escono proprio per questo magnificate.

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Il Museo Fernand Léger di Biot è un gioiello tra quelli presenti sulla Côte d’Azur: creato negli anni ’60 dalla vedova dell’artista è stato poi donato nel 1969 allo Stato francese e costituisce la sola collezione al mondo interamente dedicata all’opera di questo artista. Essa copre l’insieme della sua carriera ed è composta dalle opere che Fernand Léger ha conservato nel suo atelier per tutta la vita.
Agli inizi fu influenzato dalla pittura impressionista, ma nel 1907 distrugge quasi completamente questo tipo di produzione Conosce quindi l’opera di Cézanne e da allora si concentrerà sulla forma.

Fernand Léger ha avuto con l’America una relazione forte: dal suo primo viaggio nel 1931 dichiara la sua ammirazione per New York, che diventa l’apoteosi della verticalità, ma anche il simbolo di un mondo giovane, nuovo e rivolto al futuro. Dal 1940 vi si trasferisce e si consacrerà a delle serie di opere dedicate ai “paesaggi americani”, sviluppando i temi dei Loisirs (tempo libero) e dei Plongeurs (tuffatori). Dopo la sua morte nel 1955 la sua opera eserciterà una grande influenza sugli artisti americani, soprattutto della Pop Art.

Al ritorno dagli Stati Uniti, nel 1945 Fernand Léger prosegue il suo obiettivo di rendere la pittura accessibile a tutti gli strati della popolazione. Cronista del suo tempo, rappresenta la vita quotidiana delle classi popolari.
Desidera anche dare alla pittura una dimensione monumentale, integrarla nello spazio architetturale, allo scopo di creare una nuova arte murale e ricollegarsi all’epoca d’oro della pittura medievale.
Riceverà numerose commissioni pubbliche durante la Ricostruzione e il rinnovamento dell’arte sacra in Francia: mosaici, vetrate e dipinti murali.

Negli anni ’50, installatosi a Biot, trova un terreno di sperimentazione e rinnovamento della sua pittura nella lavorazione della ceramica. Per lui si tratta di dare della dinamica alle sue composizioni per proiettarle nello spazio. Seguendo sempre il suo ideale dell’arte per tutti si dedica a progetti monumentali concepiti per degli spazi pubblici. Ed è proprio per esporli in un grande parco che acquista il terreno ai piedi del villaggio di Biot, dove ora sorge il museo che raccoglie le sue opere.

 

 

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