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L’absurde et le rêve: alla Citadelle di Villefranche-sur-Mer, l’incontro tra Arne Quinze e Joana Vasconcelos

Fino al 31 ottobre 2026, la Citadelle di Villefranche-sur-Mer ospita L’Absurde et le Rêve, una mostra che mette le opere di Arne Quinze e Joana Vasconcelos, in dialogo tra di loro e con il sito. Trentatré lavori monumentali, installazioni e interventi artistici trasformano uno dei luoghi storici più suggestivi della Costa Azzurra in un percorso dove arte contemporanea, architettura e natura si incontrano sotto il segno dell’immaginazione.

Ci sono luoghi che sembrano fatti apposta per essere attraversati lentamente, lasciando che siano le cose a catturare il nostro sguardo, senza fretta di arrivare da qualche parte. La Citadelle di Villefranche-sur-Mer è uno di questi. Le sue mura, i cortili, i giardini e le sale dalle volte antiche raccontano una storia che precede di secoli il nostro presente. Eppure, entrando oggi, ci si trova davanti a qualcosa di inatteso: forme, colori e materiali contemporanei che modificano la percezione degli spazi e invitano a guardarli con occhi diversi.

È qui che prende vita L’Absurde et le Rêve, la mostra che riunisce Arne Quinze e Joana Vasconcelos, due artisti internazionalmente riconosciuti, entrambi nati nel 1971, ma portatori di sensibilità e linguaggi molto differenti. Il percorso, curato da Camille Frasca, direttrice della Citadelle, e Selcan Atilgan, fondatrice di ARTSA Consultancy, si sviluppa tra gli spazi interni ed esterni della fortezza, coinvolgendo oltre tre ettari di architettura e paesaggio.
Il risultato è un’esposizione che costruisce un dialogo tra le opere stesse e il luogo che le accoglie, tra la memoria e il presente, tra ciò che riconosciamo immediatamente e ciò che invece ci sorprende, talvolta persino disorientandoci.

Due artisti, due universi

Per comprendere la ricchezza di questo incontro è utile soffermarsi, prima di iniziare la visita, sulle personalità dei due protagonisti.
L’artista belga Arne Quinze lavora attraverso una grande varietà di tecniche e materiali: pittura a olio, ceramica, vetro di Murano, bronzo fosforoso, alluminio e scultura monumentale. Nelle sue opere si ritrova una continua attenzione alle forme della natura, alle strutture organiche, ai processi attraverso cui gli elementi naturali si sviluppano e si trasformano.
Il suo lavoro nasce anche da una preoccupazione molto concreta: l’allontanamento dell’essere umano dalla natura e la progressiva perdita della diversità naturale. Le sue sculture, spesso caratterizzate da forme complesse e da un’apparente libertà compositiva, sembrano sottrarsi alla geometria ordinata delle costruzioni umane. Si intrecciano, si espandono, si aprono nello spazio, suggerendo una vitalità che non sempre riusciamo a controllare o a ricondurre a una forma familiare.
Joana Vasconcelos, artista portoghese, segue una strada diversa. Il suo universo creativo attinge alla cultura popolare, alle tradizioni artigianali del Portogallo e agli oggetti della vita quotidiana. Tessuti, merletti, ricami, ceramiche ed elementi domestici entrano nelle sue opere, spesso attraverso trasformazioni di scala che cambiano radicalmente il modo in cui li percepiamo.
Ciò che appartiene alla sfera privata e familiare può diventare monumentale, ciò che siamo abituati a considerare decorativo o marginale acquista una presenza inattesa, capace di occupare lo spazio pubblico e di imporsi allo sguardo. Vasconcelos mette così in discussione le gerarchie tradizionali tra arte e artigianato, tra cultura colta e cultura popolare, tra oggetto comune e opera d’arte.

L’incontro tra questi due mondi costituisce uno degli aspetti più interessanti della mostra. Le loro differenze non vengono cancellate, ma diventano materia di confronto. E proprio da questo confronto nasce una terza dimensione, fatta di associazioni impreviste, accostamenti insoliti e nuove possibilità di lettura.

Cocteau, l’assurdo e il sogno

Il titolo della mostra richiama due territori che hanno attraversato a lungo la storia dell’arte: l’assurdo e il sogno. Non si tratta soltanto di evocare immagini fantastiche o situazioni paradossali, ma di mettere in discussione il nostro modo abituale di interpretare la realtà.
In questo senso, il legame con Jean Cocteau è particolarmente significativo. Il poeta, scrittore, regista e artista francese ebbe un rapporto profondo con Villefranche-sur-Mer, luogo che amò e che divenne uno degli scenari della sua immaginazione. Qui realizzò anche Il testamento di Orfeo, film del 1960 nel quale il confine tra realtà e visione si dissolve continuamente.
Una frase di Cocteau sembra quasi accompagnare il visitatore lungo il percorso: «La vita delle forme non ha nulla a che vedere con le forme della vita». È un pensiero che apre molte possibilità. Le forme, infatti, possono liberarsi dalla funzione che attribuiamo loro, diventare ambigue, suggerire significati diversi da quelli immediati. Una scultura può sembrare una creatura vegetale, un oggetto familiare può assumere proporzioni stranianti, uno spazio conosciuto può trasformarsi in un ambiente quasi onirico.
La mostra invita proprio ad accettare che un’opera possa agire prima di tutto attraverso la sorpresa, la sensazione, l’associazione mentale.

Nei cortili: la scultura incontra l’architettura

Il percorso comincia negli spazi aperti della Citadelle, dove le opere monumentali si confrontano direttamente con l’architettura militare della fortezza.
Qui il contrasto è immediato. Da una parte, la solidità delle mura, la regolarità delle superfici, la severità di un edificio concepito per difendere e delimitare. Dall’altra, le forme contemporanee, che sembrano voler attraversare lo spazio, espandersi o seguire traiettorie estranee alla rigidità architettonica.

Nel primo cortile, lo sguardo viene subito catturato da una scultura che intreccia due universi artistici in un’unica forma, sospesa tra natura e immaginazione. La struttura ramificata in alluminio di Arne Quinze sembra animata da una forza organica, attraversata da tensioni e fragili equilibri. Su questa trama si innestano gli interventi colorati di Joana Vasconcelos: elementi che ricordano gocce fiorite, ricoperti di pennellate di calce e realizzati a partire da oggetti della vita quotidiana. Il loro colore vivace introduce una nota quasi pop, trasformando la scultura in una fioritura inattesa, piena di energia. Il risultato è un’opera in cui la forza grezza della materia incontra la leggerezza del colore, e la tensione delle forme si risolve in un sorprendente senso di armonia.

Le dimensioni delle opere acquistano un significato particolare in questo contesto. Non è soltanto una questione di grandezza: una scultura monumentale modifica il modo in cui percepiamo le distanze, le proporzioni e persino il nostro corpo all’interno dello spazio. Ci obbliga a spostare lo sguardo, a cambiare posizione, talvolta a cercare un punto di osservazione che ci permetta di comprenderne la struttura.

Nelle opere di Quinze, in particolare, il riferimento alla natura non passa necessariamente attraverso la rappresentazione di un paesaggio o di una specie vegetale riconoscibile. È piuttosto la struttura stessa delle forme a richiamare processi naturali: ramificazioni, intrecci, crescite irregolari, equilibri che sembrano instabili e che tuttavia trovano una propria coerenza.
Guardandole, si può avere l’impressione che queste strutture siano cresciute anziché essere state costruite, come se seguissero una logica autonoma.

Nei giardini, tra materia e natura

Proseguendo verso i giardini, il dialogo si arricchisce di un altro elemento. La vegetazione, la luce e le variazioni dello spazio aperto entrano a far parte dell’esperienza delle opere, senza essere ridotte a una semplice scenografia.

Nel verde dei giardini emerge una presenza sorprendente: I’ll Be Your Mirror #1, una monumentale scultura di Joana Vasconcelos in bronzo e specchi, che richiama le forme di una gigantesca maschera veneziana. Le decorazioni barocche in bronzo, modellate e ornate dall’artista, si intrecciano con centinaia di specchi sovrapposti come scaglie, creando una superficie scintillante che riflette il paesaggio e chi le si avvicina. Avvicinandosi all’opera, il visitatore scopre che il proprio riflesso appare soltanto da determinate angolazioni: lo specchio rivela, frammenta e nasconde, proprio come una maschera. Immersa nel giardino, questa presenza monumentale gioca con la luce e con lo sguardo, trasformando l’ambiente circostante in parte integrante dell’opera.

Joana Vasconcelos: quando il quotidiano cambia scala

L’universo di Joana Vasconcelos introduce nel percorso un altro tipo di sorpresa. Nelle sue opere, materiali e oggetti legati alla vita quotidiana vengono sottratti alla loro funzione abituale e trasformati attraverso il gesto artistico. Il suo interesse per le tradizioni artigianali portoghesi si manifesta nell’uso di tecniche e materiali che portano con sé una memoria culturale: merletti, ricami, tessuti, ceramiche. Elementi spesso associati al lavoro manuale, alla decorazione e alla sfera domestica vengono ricomposti in strutture di grande impatto visivo.

Il cambiamento di scala è decisivo. Ciò che, nella vita di tutti i giorni, può apparire piccolo, discreto o perfino insignificante, nell’opera acquista una presenza nuova. L’oggetto non viene semplicemente ingrandito: cambia il nostro rapporto con esso. Siamo costretti a guardarlo diversamente, a riconoscere dettagli che normalmente sfuggono e a interrogarci sul valore che attribuiamo alle cose.
Vasconcelos lavora proprio su questa soglia tra familiarità e straniamento. Le sue opere possono suscitare meraviglia, ironia o un senso di spaesamento. Talvolta convivono tutte queste reazioni. Ciò che sembra immediatamente riconoscibile si rivela più complesso, mentre un materiale legato alla tradizione può assumere un carattere sorprendentemente contemporaneo.

Dentro la Citadelle: le sale voltate e le sorprese nascoste

Lasciati alle spalle i cortili e i giardini, il percorso conduce negli spazi interni della fortezza. Il cambiamento è sensibile: la luce si riduce, le superfici diventano più raccolte, le antiche volte accompagnano lo sguardo verso un ambiente più intimo.
Qui la visita assume un ritmo diverso. Se all’esterno le opere si confrontano con l’ampiezza del paesaggio e con le proporzioni dell’architettura, negli ambienti interni la relazione con lo spettatore si fa più ravvicinata. Si entra nelle sale, si osservano i dettagli, si scoprono installazioni che non sempre si rivelano tutte in un solo colpo d’occhio.

In alcune sale, il percorso si apre anche al video e al suono. L’opera non è più soltanto un oggetto da osservare, ma un’esperienza che coinvolge altri sensi e modifica la percezione del tempo. L’immagine in movimento, la presenza sonora e l’atmosfera dell’ambiente contribuiscono a creare situazioni nelle quali è più difficile mantenere una distanza puramente contemplativa.
Ci si trova immersi in un linguaggio artistico che può essere immediato oppure enigmatico, giocoso o inquietante. È il territorio dell’assurdo evocato dal titolo: non una fuga dalla realtà, ma la possibilità di guardarla attraverso associazioni insolite, liberandosi per un momento dalle interpretazioni consuete.

La Chapelle Saint-Elme: l’arte in uno spazio carico di memoria

Una tappa particolarmente significativa del percorso è la Chapelle Saint-Elme. Entrare in una cappella significa accedere a uno spazio che conserva una dimensione simbolica precisa, legata alla spiritualità e alla storia della comunità. Anche quando non è più vissuto esclusivamente secondo la sua funzione originaria, un luogo del genere mantiene un’atmosfera diversa da quella di una sala espositiva ordinaria.
È proprio questa specificità a rendere interessante l’incontro con l’arte contemporanea. Le opere si trovano a confrontarsi con un ambiente che possiede già una propria identità, una memoria sedimentata nelle proporzioni, nella luce e nell’architettura.

In un contesto simile, il visitatore è portato a osservare con particolare attenzione il rapporto tra l’opera e lo spazio che la ospita. Un elemento può apparire più solenne, un dettaglio può acquistare un significato inatteso, una forma contemporanea può entrare in risonanza con la dimensione spirituale del luogo senza necessariamente rimandare a un simbolismo religioso.

La cappella rappresenta così un momento importante del percorso, anche perché riporta al centro una delle questioni suggerite dall’intera esposizione: il modo in cui un’opera cambia significato a seconda del luogo in cui viene incontrata. La stessa forma, collocata in un ambiente differente, può suscitare sensazioni e associazioni completamente nuove.

Un percorso che invita a guardare diversamente

Dopo aver attraversato i cortili, i giardini, le sale interne e la cappella, si torna idealmente al punto di partenza con una percezione diversa della Citadelle. Le sue mura non sono più soltanto quelle di una fortezza storica; diventano parte di un’esperienza in cui il passato dialoga con il presente e in cui le opere contemporanee trasformano il modo di abitare, anche solo per qualche ora, un luogo conosciuto.

L’Absurde et le Rêve funziona proprio grazie alla pluralità dei suoi linguaggi. Arne Quinze e Joana Vasconcelos non propongono una visione unica del mondo, né cercano di ricondurre la propria ricerca a un messaggio comune. Le loro opere seguono strade differenti, ma entrambe ci invitano a sospendere per un momento le abitudini dello sguardo.
Da una parte, la natura e le sue strutture, la vitalità delle forme e la necessità di riconoscere la complessità dell’ambiente in cui viviamo. Dall’altra, gli oggetti della quotidianità, le tradizioni artigianali e la capacità dell’arte di trasformare ciò che credevamo di conoscere. Nel mezzo, lo spazio dell’immaginazione, dove le cose possono assumere significati inattesi e la realtà mostra aspetti che normalmente restano nascosti.

La Citadelle, con la sua storia e la varietà dei suoi ambienti, offre a questo incontro una cornice particolarmente felice. Le opere non si limitano a occupare gli spazi: li interrogano, li trasformano e, in qualche modo, li fanno rivivere sotto una luce nuova.
Forse è proprio questo il senso più profondo di una mostra dedicata all’assurdo e al sogno. Ricordarci che guardare non significa soltanto riconoscere ciò che abbiamo davanti, ma anche concederci la possibilità di scoprirlo di nuovo.

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