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Le Diable au Corps, quand l’Op Art électrise le cinéma – Esposizione al Mamac

La nascita dell’Op Art si fa risalire al 1955 quando a Parigi la galleria Denise René presenta con Victor Vasarely “Il movimento”, esposizione pilota dell’arte cinetica. Essa unisce figure come Marcel Duchamp e Alexander Calder ad artisti più giovani (Jean Tinguely o Jesus-Rafael Soto), tutti uniti dall’intento di  creare delle opere instabili e impermanenti: “trasformazione” è la loro parola d’ordine.
Se molti critici riducono queste opere al rango di giochi senza importanza questa corrente avrà un contraccolpo esponenziale nei successivi 15 anni incoronando Parigi come sua scena principale.

Il nome Op Art fu dato alla corrente nel 1964, quando già aveva cominciato a diffondersi in Europa con l’intento da un lato di destabilizzare la percezione, dall’altro di democratizzare l’arte. Dipinti con illusioni ottiche, installazioni con luci motorizzate, ambienti vertiginosi fanno sì che questa avanguardia incontri un grande successo popolare. In vari campi ci si impadronisce delle tecniche che le sono proprie: pubblicità, moda e design, ma è soprattutto il cinema a incrociare le sue sorti con questa corrente dalle geometrie euforizzanti.
Arte del movimento e della luce per eccellenza il cinema è al tempo stesso un predecessore e un seguace di queste nuove espressioni che cerca di sfruttare soprattutto per scenografie che accompagnino scene di paura, allucinazione, psicosi e vertigine.

L’esposizione al Mamac immerge il visitatore nel connubio tra queste due esperienze che hanno spesso incrociato le loro vicende tra incomprensioni e collaborazioni.

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Nel 1966 Michelangelo Antonioni gira Blow-Up. In cerca di realismo e accessori scenografici il regista scopre i dipinti di Peter Sedley realizzati con un polverizzatore ad aria compressa dei quali l’estetica sfocata dà l’impressione che l’occhio non arrivi a mettere a fuoco. Questo gli appare incredibilmente in accordo con la tematica del suo film che verte sulle apparenze ingannevoli del visibile.
Blow-Up racconta infatti 24 ore di vita di un fotografo che pensa di aver immortalato senza volerlo un omicidio in un parco: più ingrandisce le sue foto più esse diventano sfocate, ma più egli crede di intravedere tra il fogliame un cadavere da una parte piuttosto che un’arma dall’altra. Antonioni si affida per la realizzazione di queste immagini a Ian Stephenson, un pittore divisionista che fabbrica delle finte foto con un semplice pennello

Claude Lelouch ha solo 23 anni quando scrive e realizza il suo primo film, Le propre de l’homme. Nicholas Schöffer accetta di creare per lui una sequenza astratta a partire da sculture spaziodinamiche, questa registrazione accelerata di onde rossastre chiude il film. È lui a sceglierne anche  la colonna sonora, Django Reinhardt, che Lelouch unisce poi a suoni della vita quotidiana.
Questa è l’unica parte che ci resta della pellicola, che fu un insuccesso clamoroso e di cui l’autore distrusse tute le copie.

William Klein è fotografo di moda da dieci anni quando gira Qui êtes-vous Polly Maggoo. Il film, del 1968 offre uno sguardo satirico su questo mondo che lui conosce bene: un’équipe televisiva segue una modella tra la sua vita privata, le sfilate e gli shooting. A Parigi lo stilista Isidore Ducasse  la veste con le sue creazioni in acciaio.

Nel 1968 Clouzot fa appello agli artisti del GRAV (Groupe de Recherche d’Art Visuel) per il suo film La Prisonnière. Si tratta per loro di creare delle false opere Op o degli accessori che costituiscano una riserva di immagini cui attingere per avere delle idee visuali. La trama si svolge a Parigi: Elisabeth Wiener è la compagna di un artista Op che vive sotto il controllo tirannico del suo gallerista.

Attorno al maggio 1968 l’arte cinetica risuona fortemente di rivendicazioni rivoluzionarie. Inizialmente è un’avanguardia politicizzata che vuole ridare allo spettatore pieni poteri nell’interazione con l’opera d’arte. Delle riprese di strada celebrano la festa dell’emancipazione dei corpi, compresi i loro risvolti da incubo di cui l’Op Art conosce i paradossi: dietro ad ogni Luna Park si nasconde uno spettacolo alienante.

Negli anni seguenti il cinema trova nell’Op Art il supporto ideale per eccitare i sensi e scatenare i tabù, sfidando la censura e il puritanesimo. Le sue forme rappresentano anche l’ipnosi e il condizionamento, i suoi eccessi generano vertigine e perdita di punti di riferimento.
Mentre gli artisti ambiscono all’emancipazione dello spettatore il cineasta ricorre alle stesse leggi per alienare i suoi personaggi.

L’esposizione al Mamac si inserisce nel contesto delle mostre dedicate al cinema che la città di Nizza lungo tutto il 2019 dedica alla settima arte per celebrare i cent’anni dalla nascita degli studi della Victorine.
Tutto il programma degli eventi sul sito NIce 2019, l’Odysée du Cinéma.

 

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